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Questa sezione è dedicata alle novità editoriali, alle recensioni di libri usciti di recente, ai dibattiti storiografici di attualità, all’annuncio di convegni, conferenze, tavole rotonde. Chi intendesse collaborare, segnalando novità, pubblicando recensioni o solo per porre questioni agli autori è invitato a mettersi in contatto con l’amministratore del sito.

Speciale Riccarand, Cara Giulia

1. Elio Riccarand_, Cara Giulia

2. Daria Pulz

3. Intervista a Marco Cuaz

4. Intervista a Paolo Momigliano Levi

5. Intervista a Tullio Omezzoli

 

Speciale Désandré, Sotto il segno del Leone

 

Grande libro, quello di Andrea Desandré.

Dopo l’inquietante Partigia di Sergio Luzatto (ma perché in Valle d’Aosta non ne parla nessuno?) un'altra straordinaria inchiesta sul quinquennio 1943-48 ci obbliga a ripensare tutto quello che credevamo di sapere sulla resistenza, l’annessionismo, la nascita dell’autonomia e la formazione di una nuova classe dirigente regionale. Raramente in un solo libro si concentrano così tante novità. L’autore ci aveva abituato a exploits di questa natura. Il suo libro sui Notabili ci aveva obbligato a guardare l’Ottocento valdostano e le origini locali del fascismo con occhi nuovi. Oggi ci obbliga a guardare con occhi nuovi un momento cruciale delle recente storia valdostana, il quinquennio 1945-1948, trovando documenti di cui si era favoleggiato per anni (le famose firme per il plebiscito, le relazioni dei servizi segreti italiani e francesi), ricostruendo spaccati rimossi (la “resa dei conti” - sì ci fu anche in Valle d’Aosta - la guerra civile fra i partigiani, i doppi e tripli giochi di una classe dirigente molto trasformista), ripercorrendo per quanto possibile le avventure di personaggi la cui biografia ufficiale ci era sempre parsa un po’ sospetta. Finalmente, grazie alla paziente e coraggiosa ricerca di Désandré, incominciamo a sapere chi erano gli annessionisti (quello pentiti e quelli no), i regionalisti (della prima o dell’ultima ora), i filo-monarchici, gli ultra nazionalisti, i fascisti (irriducibili e convertiti), i voltagabbana, le spie, i prezzolati, i semplici arrivisti. E incominciamo a vedere quali erano le vere poste in gioco, aldilà dei dibattiti ideologici e identitari: le acque, l’energia elettrica per far ripartire l’Italia, la produzione industriale della Cogne.

A mio parere è il libro più innovativo, più denso, più problematico che sia uscito in Valle d’Aosta negli ultimi vent'anni, diciamo dal tempo del volume Einaudi. Discutibile, certo, come tutti i grandi libri e poiché gli storici si nutrono di discussioni, abbiamo deciso di aprire uno “Speciale Desandré”, un cantiere aperto, dove raccogliere recensioni, domande, contestazioni che gireremo all’autore e alla comunità degli studiosi. Questo perché riteniamo che i tempi siano ormai maturi (nessuno dei protagonisti è più in vita e credo che concordiamo tutti sul fatto che le frontiere, almeno in Europa, non vadano spostate, ma abolite) perché le discussioni escano dalla pratica della strumentalizzazione politica ed entrino nella logica della ricerca storica.

Andrea Désandré, Sotto il segno del Leone, Musumeci, Quart 2015

Elio Riccarand, Un libro importante di cui discutere con franchezza

Leo Sandro Di Tommaso, E' tutta un'altra storia

 


Elio Riccarand, Dalla Belle Epoque alla grande guerra. Storia della Valle D'aosta dal 1870 al 1919, St.-Christophe Musumeci 2014

Simona Merlo, Fra trono e altare. La formazione delle élites valdostane (1861-1922), Cahiers d'histoire, politique, économie de la Fondation Émile Chanoux, con il patrocinio del Comune di Aosta, Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino, 2012, pp. 303.

Silvia Bertolin, Processi per fede e sortilegi nella Valle d'Aosta del Quattrocento,
Prefazione di GIOVANNI MERLO, Aosta, Tipografia Valdostana, 2012(Académie Saint-Anselme d'Aoste, Écrits d'histoire, de littérature etd'art, 12), pp. 624.

Raimondi G., I nomi di persona nella Valle d’Aosta fra XIV e XVIII secolo. Interferenze linguistiche, interferenze culturali, Aosta, Le Château, 2012

Roberto Louvin, Un bene comune tra pubblico e privato, Profili giuridici del fenomeno delle consorterie valdostane, collana "Univerchâteau", Le Château Edizioni, Aosta, 2012.

Georges Valbon, Il percorso di un comunistacon le radici valdostane.

Marie-Rose Colliard, Un jeune prêtre au cœur valdôtain. Joseph Bréan (1910-1953) et Langages de l’âme. Recueil de textes de Joseph Bréan (1910-1953), par Marie-Rose Colliard, Assessorat de l’éducation et de la culture de la Région autonome Vallée d’Aoste, Testolin, Sarre (AO) 2011

Andrea Désandré La Valle d’Aosta laica e liberale. Antagonismo politico e anticlericalismo nell’età della Restaurazione (1814-1848), END edizioni, Gignod 2011.

Angelo Quarello, La popolazione della Valle d'Aosta (1951-1991) + CD Rom, Aosta Le Chateau 2011

Tullio Omezzoli, I processi in Corte straordinaria d’assise di Aosta 1945-1947, Aosta, Le Chateau, 2011.

Stuart Woolf, Paolo Momigliano Levi (a cura di), Franz Elter, Siena  Cantagalli 2009

Marco Jaccond, Addio senza addio. Storia di uno zio d’America, Ivrea Priuli e Verlucca 2010

Elio Riccarand, Valle D'Aosta contemporanea 1981-2009 dall'ordinamento finanziario del 1981 al federalismo fiscale, Aosta Stylos 2010

Silvana Presa, Le fasi della resistenza in Valle d’Aosta, Le Château Aosta 2009.

Andrea Désandré, Notabili valdostani. Dal fascismo al fascismo: viaggio a ritroso e ritorno, Aosta Le Château  2008, pp. 459.

Alessandro Celi, I seicento giorni della diocesi di Aosta. La Chiesa cattolica valdostana durante la Resistenza, Aosta Le Château 2008, pp. 242.

Leo Sandro Di Tommaso, Dissidenza religiosa e riforma protestante in Valle d’Aosta, Aosta Roger Sarteur editore 2008, pp. 248.

Sergio Noto, a cura di, La Valle d’Aosta e l’Europa, 2 tomi, Firenze, Olschki  2008, pp. 864.

Tullio Omezzoli, Vescovi, clero e seminari nella Diocesi di Aosta dalla fine dell’Ancien régime alla Prima guerra mondiale, Aosta, Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d’Aosta, 2008, pp. 282.


Raimondi G., I nomi di persona nella Valle d’Aosta fra XIV e XVIII secolo. Interferenze linguistiche, interferenze culturali, Aosta, Le Château, 2012

Il volume nasce con l’intento di rendere conto innanzitutto di un progetto di ricerca che accompagna il suo autore  da diversi anni.
Avviato nel 2002 come spin-off di un precedente progetto finanziato dal CNR, e poi rifinanziato attraverso i fondi di ricerca dell’Università della Valle d’Aosta, l’ASAVdA- Archivio Storico Antroponimico della Valle d’Aosta (una banca dati informatizzata finalizzata all’inventariazione dei nomi di persona tratti dalla documentazione storica edita e inedita, gestita dal programma I-NOMI Informatized Onomastic-data Merging Interface ‘Interfaccia informatizzata per l’integrazione di dati onomastici’ appositamente sviluppato) contiene oggi circa 110.000 nomi personali e familiari valdostani datati cronologicamente e georeferenziati comune per comune; una mole di dati che lo renderà una delle più cospicue raccolte antroponimiche scientificamente ordinate accessibili in rete al mondo. La pubblicazione del sito (www.asavda.it, attualmente ancora accessibile solo alla redazione degli addetti ai lavori) è infatti prevista per l’autunno 2013.
Il progetto è stato recentemente rifinanziato fra i PRIA-Progetti di Rilevante Interesse d’Ateneo dell’Università della Valle d’Aosta, nel quadro di un programma (Antroponimia plurilingue: storia della lingua e storia delle identità attraverso i dati dell’ASAVDA-Archivio Storico dell’Antroponimia Valdostana) cui partecipano studiosi dell’ateneo valdostano (Luisa Revelli, linguistica italiana; Laura Balbiani, germanistica; Giuseppe Landolfi Petrone, filosofia del linguaggio) e di altre università (Torino: Tullio Telmon, Sabina Canobbio, Alessandro Vitale Brovarone; Genova: Rita Caprini), in collaborazione con rappresentanti delle istituzioni regionali (Bureau Régional pour l’Ethnologie et la Linguistique e Archivio Storico Regionale) e con il contributo della Banca di Credito Cooperativo Valdostano.
Il programma, che si concluderà alla fine del 2014, prevede l’ampliamento della base dati (attualmente incentrata soprattutto su due grandi blocchi di dati riferiti a documentazione del XIV e del XVIII secolo) in direzione delle anagrafi parrocchiali del Cinquecento e del Seicento e delle anagrafi postunitarie, in modo da ottenere un profilo cronologico completo del tesoro antroponimico della regione, ivi incluso il contributo che l’immigrazione interna ottocentesca e novecentesca, dal Piemonte prima e poi dalle altre regioni d’Italia, ha portato in termini di varietà del sistema. Esso si concretizzerà nella pubblicazione di un Dizionario storico-etimologico dell’antroponimia valdostana, che ordinerà la documentazione dell’archivio in un repertorio commentato (con grafici e cartogrammi relativi alla distribuzione nel tempo e nello spazio regionale, nonché di schede etimologiche) dei nomi personali (nomi di battesimo) e dei nomi di famiglia (cognomi) valdostani dal Trecento ad oggi.
Secondo un’altra prospettiva, però, il libro rappresenta anche un percorso di lettura, dal generale al particolare, dei caratteri notevoli di cui sono dotati i nomi di persona della piccola regione plurilingue di frontiera che rappresenta il suo terreno di osservazione.
In questo percorso, l’oggetto principale della sua trattazione (che è sviluppato nel capitolo 3) viene avvicinato attraverso due capitoli di contestualizzazione, dedicati il primo alla “specificità teorica” degli antroponimi, il secondo alle “specificità” culturali e linguistiche generali dell’ambiente particolare entro cui essi si sono sviluppati, la piccola regione “alpina” (dal punto di vista antropologico), “francoprovenzale” (dal punto di vista linguistico) e “sabauda” (dal punto di vista storico e amministrativo) della Valle d’Aosta, la cui particolarità si rivela anche attraverso i caratteri della propria antroponimia. Nella parte finale, il volume pubblica infine l’edizione critica dei più interessanti (perché antichi e quasi totalmente inediti) documenti di cui l’ASAVdA si è “nutrito”: gli elenchi di nomi di persona contenuti nei tardo-medievali Conti di Sussidio (fine XIV-inizio XV secolo), che permettono al lettore di farsi un’idea concreta dell’aspetto dell’antroponimia medievale valdostana e rendono ragione del complesso lavoro interpretativo che attende lo storico della lingua quando si proponga di spiegare e rendere nuovamente “trasparente” nel suo valore storico ed etimologico il significato di un nome o di un cognome.
I cognomi attuali, infatti, sono passati attraverso un lungo cammino di adattamento linguistico, determinato dal loro continuo trapassare dalle forme orali del linguaggio in cui sono nati, come soprannomi creati dalle comunità, alle forme scritte delle prime registrazioni documentarie (negli atti dei notai o delle cancellerie, oppure nei registri fiscali, prima ancora dei registri battesimali, che vengono istituiti solo dopo il Concilio di Trento alla fine del Cinquecento). E questo in contesti in cui le lingue scritte utilizzate dai pochi alfabetizzati (il latino prima, il francese poi) si rivelavano strumenti imperfetti che non corrispondevano o corrispondevano solo parzialmente alla lingua parlata dalle comunità, e cioè (nel nostro caso) ai dialetti francoprovenzali.
Questo regime viene denominato dalla linguistica moderna “situazione di diglossia”. Essa è propria di tutto l’Occidente latino medievale, almeno fino a che negli Stati nazionali in formazione non si impone l’uso anche scritto delle lingue moderne; e in epoca moderna, continua a potersi applicare a tutte le situazioni in cui una larga maggioranza di popolazione utilizza una lingua (o un dialetto) come lingua di tutti i giorni e un’altra lingua solo e soltanto come codice linguistico dello scritto.
In Valle d’Aosta, il passaggio attraverso il francese ha determinato ad esempio la francesizzazione grafica di termini locali come tsablo ‘canalone per la discesa dei tronchi’, tsenéi ‘querceto’ (da tséno ‘quercia’, discendente dalla voce gallica *càssanum come il francese chêne) o tsachàou ‘cacciatore’ in cognomi che attualmente si presentano come Chabloz, Cheney e Chasseur.
Allo stesso tempo, la volontà di mantenere invece anche nello scritto le tracce visibili dell’aspetto, fonologicamente distinto dal francese, dei patois locali spiega uno dei tratti più appariscenti dei cognomi valdostani, e cioè la presenza della -z in sede finale in toponimi del tipo Chabloz e Bionaz, o in nomi personali come i maschili Ottoz e Rollandoz (entrambi nomi di tradizione germanica) e i femminili Aguettaz (forma locale del nome greco e cristiano Agata), Bonaz (nome medievale sia francese Bonne che italiano Bona, in evidente relazione semantica con l’aggettivo ‘buono’), Guichardaz (dal germanico *Wisihard, in italiano antico Guiscardo/Viscardo/Guicciardo, in francese Guichard o Giscard), tutti riutilizzati poi come cognomi. Riprendendo l’ipotesi già proposta da Gaston Tuaillon (l’illustre francoprovenzalista recentemente scomparso) nel 1977, l’utilizzo della -z finale, che comincia ad essere usata dai notai e dalle cancellerie sabaude nel XIV secolo ma si generalizza solo nel XVI, vuole segnalare al lettore francofono una delle caratteristiche che maggiormente distinguono le parlate francoprovenzali da quelle francesi, vale a dire la conservazione piena delle vocali finali non accentate (bona e non bonne; rollando e non rolland), che consente nel francoprovenzale la presenza di parole piane (cioè accentate sulla penultima sillaba) come nell’italiano e nel provenzale, laddove nella lingua di Parigi è invece prevalsa la tendenza alla cosiddetta “ossitonia generalizzata” (l’accento sempre sull’ultima sillaba, con caduta o indebolimento della vocale finale).
La documentazione contenuta nell’archivio ASAVdA permette fra le altre cose di seguire dettagliatamente la storia di questi due fenomeni di segno contrario: da un lato, essa documenta la precocità delle grafie francesizzanti in ch-, attestate come unica soluzione fin dai documenti più antichi (Aosta 1362, Benefacta de Chablo), e cioè ben prima dell’adozione stabile del francese come lingua amministrativa (XVI secolo) in Valle d’Aosta; dall’altro, certifica invece la gradualità dell’introduzione della -z, che compare nel XIV secolo (1368 Valsavarenche, Jacobus de Fenilloz, l’attuale frazione di Fenille) ma fino al Cinquecento si manifesta in maniera sporadica nei casi previsti, suggerendo che la sua adozione generalizzata (attestata ad esempio nei Catasti Sardi di fine Settecento, altra fonte dell’ASAVdA rilevante per la sua completezza geografica) sia più tarda e debba essere collocata contestualmente all’adozione ufficiale del francese come lingua di riferimento per la stesura dei documenti (1561), probabilmente come forma di “lealtà linguistica” verso i caratteri degli antroponimi locali e di presa di distanza da quelli francesi. Da questo punto di vista, l’implementazione dell’archivio con la documentazione anagrafica parrocchiale del XVI e del XVIII secolo fornirà probabilmente la risposta decisiva.
Per quanto riguarda invece i nomi personali (nomi di battesimo), la trafila diglottica percorre in un certo senso un cammino inverso: da forme scritte e sedimentate nella tradizione, come sono ad esempio tutti i nomi della tradizione ebraica (come Johannes o Jacob), greco-ellenistica (come Nicolaus o Pantaleo) e latina (come Augustus oppure Cassianus) confluiti nell’onomastica cristiana, si passa in questo caso alle forme orali della tradizione dialettale popolare (Dzan e Dzaque, Colà e Pantéion, Gueste e Cachan). Anche se le forme popolari non entrano di regola a far parte del tesoro antroponimico battesimale, dato che le forme originali latino-cristiane o latino-medievali rimangono stabili e riemergono poi nelle traduzioni in lingua moderna (francese o italiana) che ritroviamo nell’onomastica moderna, esse affiorano invece nei cognomi di tipo patronimico o matronimico (quelli cioè derivati originariamente dal nome del genitore), che rappresentano da soli quasi il 40% dei cognomi italiani.
Accanto ai più trasparenti Jacquemod, Jacquemet (da Jacob, nella sua variante ellenistica Jacomus, da cui Giacomo) o Perrin/Perron/Perret/Perronet (da Petrus, cioè Pietro), troviamo così attestate nei documenti antichi serie di personali che spiegano i moderni cognomi Roullet/Rollet/Rollin come ipocoristici locali del nome di tradizione germanica Rolandus; o la serie Vione/Vietti/Vuyet/Voyat/Viot/Viérin come derivati della forma Vi che rappresenta localmente il nome italiano Guido o il francese Guy (dal germanico *Wido); oppure ancora Millet come diminutivo di Mile, esito locale per il latino Emilius; o Beneyton e Domaine come esiti antichi (Etroubles 1362, Beneit de Chenoro; Valsavarenche 1362, Domeynio del Bastinet e Maison d’Issogne 1498, Domeyne du Sartoret de Vysey) dei nomi cristiani Benedictus e Dominicus, che nel patois di oggi mostrano invece le forme francesizzate Benoé (modellato su Bênoit) e Demeneque (su Dominique).
Anche cognomi del tutto “opachi”, e tipicamente valdostani, come Yon e Aillon, Joccoz, Cachoz (già presenti come cognomi o soprannomi nei documenti antichi: Etroubles 1368, Jaquemetus lo Yon e Antey 1441, Jaquemetus des Ayons; La Thuile 1362, Perono Jocco; Aosta 1362 dicto [soprannominato] lo Cacho) si spiegano facilmente come forme “ipocoristiche” (ovvero abbreviate) di personali tradizionali valdostani come Pantaleone (Pantéion in patois, da cui i possibili aferetici *Ion e *Aion), santo venerato a Lione fin dal VI secolo, dedicatario in Valle d’Aosta di numerose parrocchie, Giocondo (terzo vescovo di Aosta fra V e VI secolo, in forma apocopata *Jocco) e Cassiano (Cachan in patois, patrono di La Salle, dove nel XVIII secolo è ancora uno dei nomi più comuni).
La registrazione delle forme antiche di questi nomi personali, spesso uscite dall’uso anche dialettale moderno, è un altro esempio delle potenzialità dell’archivio ASAVdA rispetto allo studio etimologico dei nomi di persona valdostani; uno studio che (a giudicare dall’interesse suscitato da questo primo saggio) sembra rispondere non solo a semplice curiosità, ma forse anche a un bisogno profondo di recupero delle proprie radici identitarie che sembra caratterizzare in molti sensi le società moderne.

L’autore
Studioso di linguistica italiana e romanza, di formazione filologica, Gianmario Raimondi si occupa di linguistica in prospettiva principalmente storica e sociolinguistica, ma anche di dialettologia e geolinguistica (Atlante Linguistico ed Etnografico del Piemonte Occidentale, Atlas des Patois Valdôtains) di area gallo italica e galloromanza. Nel campo dell’onomastica ha collaborato con il dizionario dei nomi della UTET (Rossebastiano/Papa, I nomi degli italiani) e ha pubblicato i manuali La toponomastica e, con Luisa Revelli e Elena Papa, L’antroponomastica (Stampatori, 2003 e 2005). È attualmente professore associato di Linguistica Italiana all’Università della Valle d’Aosta.

Roberto Louvin, Un bene comune tra pubblico e privato, Profili giuridici del fenomeno delle consorterie valdostane, collana "Univerchâteau", Le Château Edizioni, Aosta, 2012.


Le consorterie valdostane sono una realtà che sembrava consegnata definitivamente alla sola cura degli storici del diritto, come forma arcaica e in qualche modo superata di proprietà collettiva. È così diventato frequente, negli ultimi anni, il ricorso al termine ‘reliquie’ per definire in modo un po’ sbrigativo il tramonto della loro principale funzione economica.
Nel 1960 del primo Censimento generale dell’agricoltura, sulla consistenza e sulla situazione amministrativa delle consorterie valdostane, ne erano  state individuate e censite 458, presenti in 52 comuni della Regione per una superficie complessiva di oltre trentatremila ettari, pari a circa un sesto della superficie agraria e forestale della Valle d’Aosta, al netto degli incolti sterili. Abbiamo purtroppo assistito da allora ad una forma di ‘ossificazione’ e di deperimento funzionale delle consorterie, alla cui sana gestione non ha nemmeno contribuito la confluenza, in alcuni casi, nel patrimonio dei comuni. In altre situazioni, abbiamo verificato invece tentativi di progressiva privatizzazione e di vero e proprio accaparramento da parte di persone singole delle terre comuni. In ogni caso, la cultura gestionale’ di questo bene, la terminologia e le procedure usate, sono state in parte dimenticate e pochi sono oggi ancora i detentori del sapere tecnico indispensabile per il corretto funzionamento di questo istituto, un tempo invece condiviso naturalmente da tutti i consortisti.
Da una scarsa conoscenza, anche da parte degli stessi addetti ai lavori, della natura giuridica della consorteria e dalla guerra che da due secoli le muove la visione positivista e giacobina del diritto, nascono gravi pericoli per il patrimonio culturale e sociale delle nostre terre alte.
Palestra interessante in passato per molti laureandi valdostani alle prese con le loro tesi di laurea e terreno di scontro in epiche contese giudiziarie, la consorteria resta dunque un oggetto misterioso di cui molti ignorano, purtroppo, l’esatta natura e i meccanismi di funzionamento; si tratta peraltro di un istituto che ha dimostrato per secoli la possibilità di godimento comune di una parte considerevole del nostro territorio, soprattutto boschi ed alpeggi, gestita tradizionalmente con procedure democratiche e partecipate, analogamente a quanto avveniva in passato in larghissima parte dell’arco alpino.
Nel ricostruire l’origine, la natura e il meccanismo di funzionamento delle antiche consorterie valdostane, Roberto Louvin ne mette ora in risalto l’assoluta modernità, come modo equo e originale di gestire un ‘bene comune’, ossia un bene che ha vocazione ad essere amministrato in un modo diverso sia dalla proprietà privata esclusiva, sia dalla proprietà pubblica. Una riflessione, questa, che inquadra perfettamente questa tematica al fianco di quella degli altri ‘commons’ di cui si sta scoprendo oggi l’assoluta centralità, come l’acqua e i nuovi beni comuni della conoscenza.
Una prospettiva, quella che suggerisce l’autore del libro, che può oltretutto riservare anche feconde possibilità di crescita economica, in un territorio altrimenti destinato ad uno sfruttamento squilibrato e non consapevole dei doveri verso le generazioni future.
Partendo dalla considerazione del superamento della legislazione regionale in materia e dall’analisi delle difficoltà gestionali e dei problemi di governance che ha incontrato questo istituto, Louvin indica i punti essenziali di un possibile, e auspicabile, aggiornamento dell’ordinamento delle consorterie.
Si cerca così di tracciare le coordinate per un possibile equilibrio tra la soddisfazione dei bisogni individuali, l’esercizio delle attività economiche montane, la salvaguardia dell’ambiente e la conservazione del bene per le generazioni a venire.
Alla ricerca di uno spirito nuovo nel rapporto fra l’uomo e la terra, modello anche di una giusta convivenza sociale ed economica, possiamo trarre utilissimi spunti dall’esperienza secolare di un bene collettivo come quello che i nostri paysans des Alpes hanno saputo condurre nel corso di decine di generazioni.
È necessario però, accanto al lavoro degli amministratori, un’intensa azione di recupero culturale del modo stesso di gestire un bene comune, superando le logiche brutali e deleterie della proprietà esclusiva finalizzata al solo interesse individuale.
La proposta dell’autore va dunque nel senso della riscoperta, attraverso la rivitalizzazione di questo istituto, del significato stesso della sua funzione sociale e della sua accessibilità a tutti indicati dalla Costituzione.

 

Roberto Louvin è Professore associato di Diritto pubblico comparato. Si occupa da molti anni di diritto regionale e delle problematiche connesse alle autonomie e ai diritti delle minoranze. È autore di diverse monografie, fra cui: La Valle d’Aosta. Genesi, attualità e prospettive di un ordinamento autonomo (1997), Legami federativi e declino della sovranità. Quattro percorsi costituzionali emblematici (2001) e Autonomie, scuola e particolarismo linguistico in Valle d’Aosta (2009). È stato Presidente della Regione e Presidente del Consiglio regionale della Valle d’Aosta.

 

Georges Valbon,
Il percorso di un comunista francese con le origini valdostane.

L’AVAS ( Associazione Valdostana Archivi Sonori) ha pubblicato un libro dedicato alla figura ed all’opera di Georges Valbon.
Sindaco di Bobigny ( un grande Comune della banlieue parigina) dal 1965 al 1995, membro del Comité Central del Partito Comunista Francese, Partito a cui aveva aderito fin dal 1944 ed in cui ricoprì importanti incarichi, Georges Valbon è una figura di rilievo nella storia del comunismo francese della seconda metà del Novecento.
Nato in Francia nel 1924, Georges è uno dei due figli di Julien Valbon, venuto al mondo in una stalla di Nus nel 1896, uno dei primi esponenti del socialismo valdostano. Ed anche uno dei primi ad aderire, fin dal 1921, al Partito Comunista Italiano e ad animare una sezione di giovani comunisti a Nus. Nel 1922 Julien aveva dovuto emigrare in Francia per cercare lavoro e sfuggire alle minacce dei fascisti.
La vicenda dei Valbon è emblematica di una realtà di intensa emigrazione che sconvolge la Valle d’Aosta negli ultimi vent’anni dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento. Basti pensare che in un Circondario di soli 80.000 abitanti in pochi decenni se ne andarono, spesso definitivamente, circa 70.000 persone. Ed in molti casi si trattava delle persone più dinamiche, più  combattive, meno rassegnate alla povertà l economica ed alla sottomissione politica.
Il libro si apre con un’ampia introduzione di Elio Riccarand che ricorda le dimensioni del fenomeno migratorio valdostano, delinea le sue varie fasi e colloca la vicenda della famiglia Valbon in un contesto che ha una valenza di carattere generale.
Gran parte del libro è dedicato alle memorie di Georges Valbon che sono rivolte in particolare ai nipoti perché non vada perso il ricorso ed il significato di una vicenda umana e politica particolarmente intensa.
Nella parte conclusiva il volume riproduce anche i disegni ed i dipinti di Georges Valbon, il quale, nonostante tutti i suoi impegni, riuscì anche a coltivare la sua passione per la pittura e lasciarci ritratti emozionanti come quello del padre Julien, il grande “vecchio”, la solida radice.

 

Marie-Rose Colliard, Un jeune prêtre au cœur valdôtain. Joseph Bréan (1910-1953) et Langages de l’âme. Recueil de textes de Joseph Bréan (1910-1953), par Marie-Rose Colliard, Assessorat de l’éducation et de la culture de la Région autonome Vallée d’Aoste, Testolin, Sarre (AO) 2011

I due volumi, redatti in collaborazione con l'Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d'Aosta / Institut d’histoire de la Résistance et de la société contemporaine en Vallée d’Aoste e il Capitolo della Collegiata dei Santi Pietro e Orso di Aosta, si propongono, rispettivamente, il primo, di illustrare le vicende biografiche, le attività pastorali e culturali e lo sviluppo del pensiero etico e politico del canonico Joseph Bréan, a partire dalle origini familiari sino al suo decesso, avvenuto a 43 anni di età il 14 giugno 1953; il secondo, di proporre all’attenzione dei lettori una scelta significativa di scritti (una quarantina in tutto), solo in parte noti, per lo più emersi durante la ricerca d’archivio e quindi sino ad oggi inediti.
Il lavoro di ricerca, durato all’incirca un anno e mezzo, è conciso con le celebrazioni dell’anniversario del centenario della nascita di Bréan (1910-2010), e si è affiancato a diverse altre iniziative volte a divulgare la conoscenza della figura e del pensiero di questo personaggio chiave della storia valdostana del Novecento, il quale, in un momento particolarmente difficile per il nostro paese, mentre la regione usciva dall’esperienza della dittatura fascista e dai disastri della guerra e poneva le basi per la costruzione della sua autonomia, ha formato ed orientato, sotto il profilo religioso, culturale e politico, più di una generazione. Nell’insieme, i due volumi si propongono di fornire una visione il più possibile completa dei diversi aspetti caratterizzanti l’operato ed il pensiero di una delle figure più interessanti della storia valdostana del XX secolo: profondamente attaccato alla sua terra, accanito difensore della "langue maternelle", Bréan ha saputo coniugare la sua missione sacerdotale con i valori tradizionali del suo popolo, in un’ottica volta al progresso materiale e morale in senso moderno. Figura di spicco del regionalismo e dell’autonomismo, per l’ampiezza dei suoi contatti a livello europeo, si è posto nel solco tracciato dai filosofi cristiani d’ispirazione personalista e federalista (Maritain e Daniel-Rops tra i primi), in cammino verso l’Europa delle regioni.

Per la prima volta, durante la ricerca, sono stati esplorati in maniera sistematica i due fondi archivistici che conservano le sue carte, ossia il Fonds Bréan appartenente all’archivio della Collegiata di Sant’Orso e il Fonds Bréan dell’Istituto della Resistenza, in parte donato all’Istituto dai cugini di Bréan (famiglia Thiébat-Vicquéry) nel 1992, in parte recuperato (nel medesimo anno) a Liegi dagli eredi di Léopold Levaux (1892-1956), scrittore cattolico belga, amico di Bréan, che si era impegnato a redigerne una prima biografia a metà degli anni Cinquanta. In vista del lavoro editoriale, nell’estate del 1955 vari faldoni contenenti documenti personali di Bréan avevano preso la via del Belgio, ma la morte improvvisa di Levaux l’anno successivo aveva posto fine a questo progetto. Il recupero dei materiali è stato accompagnato, alla fine degli anni Novanta, da una opportuna inventariazione e dal riordino, a cura di Marisa Alliod dell’Istituto della Resistenza, attività che hanno assicurato le condizioni per la fruttuosa ricerca confluita nei due volumi.
Il punto di partenza del lavoro è consistito in un’ampia ricognizione bibliografica, i cui esiti sono pubblicati nel II volume, ricognizione ha portato all’identificazione di più di 700 titoli di scritti (da romanzi a saggi, da pièces teatrali ad articoli) riconducibili alla penna di Bréan ed in particolare alla sua attività giornalistica di redattore del settimanale della diocesi di Aosta tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Cinquanta.
La ricchezza della documentazione di prima mano ha consentito l’inserzione, nel testo che descrive la sua vita (I volume), di ampi stralci autobiografici da cui emerge, tra molte luci e qualche ombra, tutta lo spessore spirituale del personaggio: la sua passione per la vita, ma anche il suo travaglio esistenziale; l’interesse sommo per la formazione dei giovani; l’attenzione per la persona umana in tutti i suoi risvolti, la sua straordinaria facilità di comunicazione.
Dopo una accurata descrizione delle fonti utilizzate, il I capitolo di Un jeune prêtre au cœur valdôtain. Joseph Bréan (1910-1953) si sofferma sulle origini familiari di Bréan a Brusson, all’inizio del secolo XX, e sulla vicenda di emigrazione (negli Stati Uniti e in Francia) che coinvolge diversi membri della sua famiglia. I capitoli II e III riguardano i suoi studi, svolti prima presso la scuola elementare del paese natìo, poi presso il Piccolo Seminario ad Aosta. La storia della sua vocazione e degli studi teologici presso il Seminario Maggiore è ripercorsa con un’attenzione di carattere psicologico e per così dire “interiore”.
Nel capitolo IV sono gli inizi dell’attività di scrittore ad essere presi in considerazione; a partire dai primi esperimenti di contenuto morale ed edificante, la scrittura di Bréan si fa sempre più impegnata e feconda. L’incontro con l’abbé Joseph-Marie Tréves, l’amicizia con Emile Chanoux, la condivisione degli ideali della Jeune Vallée d’Aoste sono gli elementi determinanti una vera e propria “conversione” al regionalismo, il cui processo è seguito passo a passo nel capitolo V. Il capitolo successivo tratteggia invece la collaborazione di Bréan con la Resistenza durante il periodo bellico e descrive analiticamente le vicende del suo esilio in Svizzera, sino alla sua attività in favore dell’annessionismo alla Francia, da cui maturerà poi la visione federalista ed europea che trova espressione compiuta nelle sue opere maggiori. Gli ultimi anni di vita sono presentati nel capitolo VII, dove si parla non solo delle numerosissime attività sociali e culturali da lui promosse nel momento della ricostruzione, nel dopoguerra, ma anche del costituirsi intorno a lui di una straordinaria rete di relazioni con eminenti personaggi della cultura transalpina dell’area cattolica. Alla principale e più significativa opera del canonico Bréan, il Cercle de culture valdôtaine, istituito nel 1947 con lo scopo di formare i giovani valdostani agli ideali cattolici e valdostani al tempo stesso, è consacrato il capitolo VIII.
Le ultime pagine del libro rievocano, momento per momento, la sua ultima giornata di vita, quella domenica 14 giugno 1953, durante la quale, nel tardo pomeriggio, un infarto lo sottrasse, nel pieno delle sue attività, alla vita e ai suoi progetti.

Fondamentali per la ricostruzione di alcuni passaggi chiave di questa biografia sono state le testimonianze orali di diverse persone, ancora viventi, che con Bréan hanno avuto un rapporto assai stretto e che di lui hanno contribuito a trasmettere ricordi significativi: in primis, alcune suore anziane del convento di San Giuseppe (che Bréan, in qualità di direttore spirituale, seguiva come novizie al momento della sua scomparsa) e alcuni dei “suoi ragazzi” del Cercle.

 

La Valle d’Aosta laica e liberale. Antagonismo politico e anticlericalismo nell’età della Restaurazione (1814-1848), END edizioni, Gignod 2011.

La componente laica e anticlericale dell’800 e del primo ’900 valdostani, minoritaria senz’altro ma politicamente e culturalmente decisiva, ha sinora riscosso scarso interesse sul piano storiografico. L’universo clericale gode di una vasta letteratura in continua espansione, quello liberale e risorgimentale deve invece accontentarsi di qualche accenno sparso qua e là in saggi di storia del giornalismo, delle istituzioni o dei ceti dirigenti. Questo libro, costato un paio d’anni di scavi archivistici, intende avviare una corsa ai ripari. Partendo dalla caduta di Napoleone, ripercorre le vicende del liberalismo nostrano fino allo sbocco rivoluzionario del 1848, e rappresenta la prima tappa di un percorso di ricerca che, auspica l’autore nell’introduzione, dovrebbe proseguire lungo le epoche successive per spingersi sino all’avvento del fascismo.
La decisione di restringere all’età della Restaurazione gli orizzonti cronologici dello studio è arrivata quando Désandré, spinto all’Archivio di Stato di Torino dalla desolante carenza di fonti locali a cui rifarsi, per la prima volta si è affacciato sullo sterminato fondo Alta polizia: centinaia di faldoni stracolmi di fascicoli non inventariati, parecchi dei quali relativi alle vicende politiche valdostane antecedenti lo Statuto albertino; un mare magnum tutto da esplorare che, se attraversato in fretta al fine di raggiungere celermente le mete classiche dell’era liberale (Unità, presa di Roma, Prima guerra, fascismo), avrebbe nociuto alla completezza dell’indagine, e l’occasione per gettare finalmente qualche lume su un’epoca a livello locale poco conosciuta sarebbe sfumata. Da qui la risoluzione di concentrarsi per il momento esclusivamente sul periodo 1814-1848.      
Anni duri per i liberali, che in Valle come altrove dovevano vedersela quotidianamente con gli apparati di dominio e repressione ristabiliti dal Congresso di Vienna e riconsacrati dalla Santa Alleanza. Costretti a mimetizzarsi ostentando conformismo ideologico e ossequio alle restaurate autorità, si muovevano circospetti, parlavano a mezza bocca, si radunavano in luoghi sicuri, cercavano insomma di non dare nell’occhio, che allora tutto vedeva tramite l’orecchio: “agenti di polizia, sgherri e spie – ricorda Bersezio – erano una produzione favorita che pullulava da per tutto. Empivano i caffè, dove la gente si radunava a leggere i pochi giornali permessi e chiacchierare, i teatri, ogni pubblico convegno; li avevate accosto da per tutto; temevate che ogni parola sfuggitavi dalla bocca venisse raccolta dall’orecchio d’uno d’essi e il più delle volte era davvero così”.
L’unico antro di libertà era la setta segreta di ascendenza massonica, dove si coltivavano luminose idealità quali il primato della ragione, l’umanitarismo cosmopolita, la tolleranza religiosa, la laicità, il costituzionalismo, la democrazia, ecc. con il fine di tradurle in progetti di rinnovamento. In superficie, quel poco di attività politica possibile era demandato a quelli che i custodi dell’ortodossia politico-ideologica definivano sprezzantemente “malpensanti”, intellettuali sensibili cioè ai principi dell’89 che nonostante le strettissime maglie delle griglie governative riuscivano a filtrare nelle istituzioni, civiche specialmente.
In generale, ma per rinnovare le amministrazioni dei capoluoghi di Provincia con maggiore lena, le autorità centrali oliavano meccanismi di selezione del ceto dirigente, informali o codificati, ideati per favorire l’insediamento di amministratori contraddistinti da, come recitava una circolare agli intendenti del 1822, “principi religiosi e morali, illibatezza di costumi, attaccamento al Governo, sano giudizio, capacità sufficiente, fermezza di carattere”. Nella realtà, però, tali filtri spesso non riuscivano a contenere la forte pressione del movimento liberale. Emblematico il caso della municipalità aostana, lungo gli anni qui considerati più volte manovrata da medici e avvocati liberali d’opinione capaci di influenzarla anche quando, fisicamente, non sedevano nell’aula consiliare. Le leve del potere cittadino permettevano a questi notabili malpensanti di meglio condurre i loro attacchi contro l’autorità governativa e contro quella religiosa, le due colonne portanti su cui poggiava l’architrave del sistema di potere ingegnato per arginare le loro idee e contenere i loro disegni egemonici. Una battaglia, la loro, quasi mai campale, bensì combattuta fra le righe di discorsi apparentemente innocui, dietro le quinte di provvedimenti amministrativi ordinari o tramite eloquenti gesti simbolici.   
A questo complesso e sottile linguaggio teso a sfidare le autorità costituite Désandré ha dedicato un corposo capitolo della parte centrale, a cui si arriva partendo dal 1814 valdostano e percorrendo poi le pagine occupate dai riflessi locali dei moti del 1821 e delle cospirazioni mazziniane, e da cui si può proseguire, dopo una breve divagazione sulla circolazione delle idee, verso il prudente liberalismo giornalistico e letterario dei primi anni ’40 per infine raggiungere, oltrepassata l’ultima fase delle lotte “mascherate”, quello scopertamente politico del 1848. Così si snoda, serpeggiando fra cumuli di carte poliziesche, l’itinerario che l’autore propone di seguire per scoprire un mondo oggi paradossalmente visibile attraverso quegli stessi occhi che lo resero invisibile.

 

Angelo Quarello, La popolazione della Valle d'Aosta (1951-1991) + CD Rom, Aosta Le Chateau 2011

Vent’anni dopo  l’importante studio La popolazione di Aosta attraverso i censimenti  (1801 - 1951), Angelo Quarello riprende l’analisi degli andamenti demografici affrontando questa volta l’intera Valle d’Aosta nella seconda metà del Novecento. Sulla base dei censimenti ISTAT, svolti con cadenza decennale dal 1951 al 1991 (e il lavoro di arresta, purtroppo, al 1991, quando a giudizio dell’autore i dati sono tutti facilmente reperite su Internet), l’autore analizza le dinamiche che determinano le modificazioni strutturali della popolazione valdostana, i livelli di scolarità, le attività lavorative, le condizioni abitative.
Come sottolinea Quarello, “i dati messi a disposizione costituiscono degli elementi di base a volte difficilmente reperibili nei loro aspetti più analitici per la ricerca storica, allo stesso tempo contribuiscono ad una maggiore diffusione della cultura demografica, capace per ora di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica solo nelle rare occasioni in cui i giornali diffondono notizie sul crollo delle nascite o sulle problematiche legate all’invecchiamento della popolazione e all’immigrazione extra-comunitaria”.
La grande messe di dati, contenuta in particolare nel Cd-Rom allegato, permette inoltre di ricostruire quanto avvenuto nei quarant’anni presi in considerazione nei singoli comuni della Valle.

L’autore
Angelo Quarello è nato nel 1950 ad Aosta, città in cui ha sempre risieduto. Laureato in Lettere moderne all’Università di Torino, attualmente è in pensione dopo aver insegnato per decenni in diverse scuole medie di primo e secondo grado della Valle d’Aosta.
Ha collaborato con l’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d’Aosta, di cui è stato socio fondatore, con studi tra cui : Le dinamiche demografiche di una popolazione di fabbrica: il quartiere “Cogne” dal 1931 al 1981La popolazione di Aosta attraverso i censimenti 1801-1951Indagine sociale sul partigianato in Valle d’Aosta  e collaborato all’allestimento della mostra “1946-1966 Aosta una città in movimento”. Per Le Château ha pubblicato il divertissement storico letterario Un giardino per il Re – breve storia dei giardini pubblici di Aosta .

 

Tullio Omezzoli, I processi in Corte straordinaria d’assise di Aosta 1945-1947, Aosta, Le Chateau, 2011.

Il libro è dedicato ai processi celebrati in Aosta a carico dei collaborazionisti nell’immediato dopoguerra da una Corte straordinaria istituita in forza di una legge dell’aprile 1945. Prima di prendere in esame i singoli processi, e in margine agli stessi, l’autore ricostruisce la genesi del provvedimento istitutivo delle Corti straordinarie (attive dapprima in Italia del Nord, poi, dal 1946, in tutta Italia) e riflette su una serie di aspetti e singolarità della giustizia straordinaria.
La punizione per via giudiziaria – scrive Omezzoli – è solo un momento della vendetta, rispettivamente auspicata e temuta, della parte vincente su quella soccombente, alla fine della “guerra civile”: la Resistenza, e in parte gli Alleati, a mano a mano che risalivano la Penisola, avevano già provveduto a colpire, talora in modo crudele, quasi sempre con poche formalità, i fascisti repubblicani compromessi per azioni compiute o cariche ricoperte; lo stesso governo legittimo (quello del “Regno del Sud”) aveva disposto da subito dei meccanismi di discriminazione a danno dei funzionari che nel Ventennio avessero fatto uso faziosità fascista. Ma l’attivazione di procedimenti penali nei confronti degli autori di reati definiti come “fascisti” è un fenomeno a sé, che non va confuso con i primi due: attraverso l’azione penale si mira a sanzionare un comportamento che costituisce un reato previsto e descritto dalla legge.
Sin dai primi mesi del 1944 il governo “del Sud” aveva predisposto degli strumenti giuridici specifici per processare quanti avessero avuto responsabilità nella nascita del fascismo e nel consolidamento del regime: mentre gli autori di crimini “fascisti” di minor gravità erano sottoposti al giudizio della magistratura ordinaria, le figure più in vista (segretari del partito, ministri, eminenze del regime) erano deferiti a una Alta Corte di giustizia, nella cui composizione entravano anche “laici” di rettitudine intemerata, che davano una connotazione politica a quel collegio. Sia l’Alta Corte sia le corti ordinarie  giudicavano su atti definiti come delittuosi solo dopo la caduta del fascismo (che quindi non erano preveduti come reati al momento in cui erano commessi), mettendo così in non cale uno dei cardini del diritto moderno, quello della irretroattività.
Nel momento stesso in cui nell’Italia liberata si procedeva a giudicare – non senza esitazioni, pretestuose o fondate – soggetti più o meno rappresentativi del Ventennio, nell’Italia ancora occupata dai nazisti la Resistenza formulava voti, ma anche proposte concrete e articolate, per la punizione di quella particolare categoria di fascisti che erano i collaborazionisti, che avevano prestato la loro opera a favore del “tedesco invasore” e pertanto a danno dei loro compatrioti.  I vertici della Resistenza avevano concluso sulla necessità di affidare il giudizio sui collaborazionisti – una volta cessata l’attività dei tribunali marziali straordinari da attivare nei giorni dell’Insurrezione – a Tribunali del popolo, che avrebbero giudicato sulla base delle accuse formulate da Commissioni di giustizia (organi, questi ultimi, che avrebbero di fatto avuto in mano il destino degli accusati). Sia nella fase dell’istruttoria sia in quella del giudizio i magistrati ordinari avrebbero avuto solo un ruolo di consulenti, mentre la parte attiva sarebbe stata recitata da figure della Resistenza o legate ad essa. Dai Tribunali del popolo ci si aspettava la punizione inflessibile e esemplare dei colpevoli, ma anche un esito indiretto e di grande momento, una sorta di rigenerazione morale, di estesa rinnovazione sul piano delle relazioni politiche e sociali.
Con la Liberazione dell’Italia del Nord gli organismi predisposti dalla Resistenza entrano in funzione sporadicamente, ma sono da subito caducati grazie all’istituzione tempestiva (22 aprile 1945), da parte del governo italiano, di organismi più tradizionali e formali, le Corti straordinarie d’assise, incardinate nel sistema giudiziario italiano, ma dotate di caratteri particolari. Uno dei tanti è la composizione del collegio giudicante, che oltre a un togato conta quattro “laici” designati dal Comitato di liberazione nazionale della provincia (cosa che fa dire ad alcuni che si tratta di un caso di iudex in causa sua).
I soggetti sottoposti al giudizio delle Corti straordinarie sono i collaborazionisti, e solo essi. La “materia prima” di queste Corti è già abbondantemente a disposizione del magistrato inquirente, in quanto si tratta di uomini (ma anche non poche donne) arrestati in massa nei giorni dell’Insurrezione nazionale: sono elementi delle formazioni militari fasciste (Brigate Nere, Guardia nazionale repubblicana, Polizia ausiliaria, Ufficio politico investigativo, Milizia armata, Battaglioni “M” eccetera), ufficiali e soldati dell’esercito repubblicano; civili che hanno svolto importanti funzioni politiche o amministrative; semplici cittadini accusati di avere operato a favore del tedesco invasore o di avere denunciato come antifascisti dei loro connazionali.
Omezzoli ricostruisce il contesto tumultuoso in cui avvengono i preliminari del giudizio, e accenna ai molti atti inconsulti di cui tanti “fascisti” sono vittime nella fase del terrore seguita alla ritirata dei tedeschi dalle provincie del Nord. Riconosce anche la straordinaria capacità di lavoro dei pubblici ministeri delle Corti d’assise, che già nelle prime settimane istruiscono decine e decine di processi, rinviando a giudizio maggiori, minori e minimi protagonisti della fase agonizzante del regime fascista. Alla fine della sua attività, a luglio 1947, la Corte straordinaria di Aosta avrà giudicato circa 280 soggetti, infliggendo pene assai severe, tra cui, generosamente, quella capitale (eseguita però in un solo caso).
Le sentenze delle Corti straordinarie (così come era previsto per i Tribunali del popolo) erano inappellabili; contro di esse si poteva però interporre ricorso per Cassazione, da parte sia dell’accusa che del condannato. A questo fine era stata istituita una sezione speciale di Cassazione, sedente in Milano; essa poteva respingere il ricorso, o accoglierlo per intero o in parte. In caso di accoglimento, una Corte diversa dalla prima era investita del secondo giudizio. Alla fine del 1945, quando le Corti straordinarie furono estese dall’Italia del Nord al resto del paese, e mutarono denominazione e in parte la formazione (ma non lo spirito), la sezione milanese di Cassazione fu soppressa, e i ricorsi avverso le sentenze delle Sezioni speciali di Corte d’assise (questo il nome dato loro nel 1946) furono assegnati alla Cassazione romana. Questa, a parere di numerosi osservatori, politici ma anche giuristi e magistrati, si distinse per la larghezza con la quale accoglieva i ricorsi più improbabili, rinviando la causa a corti presuntivamente benevole.
La magnanimità della Cassazione suscitò vivaci proteste da parte di protagonisti della Resistenza; i quali, peraltro, assistevano indignati all’ondata di processi che iniziava ad abbattersi su partigiani, per atti compiuti durante e dopo la guerra civile. I protagonisti della Resistenza non solo esigevano di non essere incriminati per atti “illegali” compiuti a danno del regime e dei suoi complici nel corso della guerra di Liberazione, ma chiedevano indulgenza o immunità anche per i reati comuni gravi o gravissimi  commessi in una stagione politica dominata dalla violenza.
Il ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti tentò, a giugno 1946, non di sciogliere, ma di tagliare la matassa inestricabile dei tanti procedimenti di diversa natura avviati in seguito alla guerra civile, con un provvedimento d’amnistia, di cui beneficiarono sia i fascisti sia i resistenti. Gli organi della Resistenza e le parti politiche che ne rivendicavano l’eredità reagirono duramente ad un atto conciliatore che parificava i fascisti e le loro vittime: ci furono dimostrazioni, si verificarono violenze a carico dei fascisti liberati, e soprattutto si elaborò un giudizio assai critico su tutto l’operato della giustizia straordinaria che durò molti decenni, e di fatto sopravvive ancora nella ricerca prodotta oggi in Italia.
Omezzoli ricapitola tutto il processo della formulazione della legislazione antifascista ed esamina, sia a scala locale sia a livello nazionale, il risultato dell’operato delle Corti straordinarie. In particolare riflette su tre punti: la capacità di questi organismi giudiziari di dare corpo alle aspettative palingenetiche riposte in essi; la validità dei procedimenti instaurati dalle Corti straordinarie; le parti recitate da diversi attori: la magistrature inquirente, i testimoni, gli imputati, il collegio giudicante, il pubblico che partecipava ai processi come attore e non come spettatore. Conclude che il cosiddetto “fallimento” dell’epurazione (di cui i processi sono solo un aspetto) è un errore di prospettiva, generato dalla speranza (fallace sin dalle origini) che l’Italia potesse essere bonificata, e la moralità civica restaurata, per via giudiziaria – qualche che fosse l’organo giudicante, o i rivoluzionari Tribunali del popolo o la più posata giustizia straordinaria –. Le Corti straordinarie, per conto loro, agirono con il più grande zelo, consapevoli come erano di svolgere una missione riparatrice e soddisfattoria: in questo erano veramente eredi dei Tribunali del popolo e, a monte, delle corti volanti che negli ultimi tempi della guerra civile avevano somministrato una giustizia di tipo remunerativo, in altri termini vendicativa. Il principio della remunerazione è enunciato esplicitamente nelle sentenze delle Corti straordinarie, a conferma del clima particolare in cui operano quei giudici. È vero che le istanze successive (Cassazione, corti di rinvio) addolcirono o vanificarono le condanne delle Corti straordinarie, ma ciò non ridonda a pregiudizio di queste.
Ci furono, come sempre nel terreno della giustizia, precipitazione, errori, e una buona dose di ingiustizia; l’incerto dettato della legge; le diverse istruzioni in merito alla sua applicazione giunte, in processo di tempo, dal Ministero e dalle Procure generali; il succedersi di provvedimenti di clemenza; l’accresciuta propensione della Cassazione e delle corti di rinvio a formulare giudizi benigni in vista della pacificazione degli animi – questi e altri fattori fecero sì che reati uguali fossero diversamente giudicati, e che, salvo eccezioni, gli autori di colpe lievi (o riconosciute poi come inesistenti) scontassero pene molto più dure che i responsabili di delitti atroci. Ma alla base di tanto non c’era un palese intendimento discriminatorio dei giudici.
Giocò in modo eminente il “fattore umano”: i diversi attori che entrarono in scena – vittime reali e presunte pervase da propositi vendicativi più o meno comprensibili, agenti di polizia interessati a obliterare ricordi imbarazzanti, testimoni insicuri o troppi sicuri, magistrati animati da sacro zelo, giudici popolari sensibili per natura alle ragioni dell’accusa – si muovevano in contesto di insicurezza e di disagio; pochissimi di loro erano in grado di trascendersi, di sottoporre a critica il loro agire.

 

Stuart Woolf, Paolo Momigliano Levi (a cura di), Franz Elter, Siena  Cantagalli 2009

Edito a cura dell’Associazione dei Musei di Cogne, il volume è dedicato a Franz Elter, pioniere nella ricerca e nella estrazione mineraria, protagonista della guerra partigiana e figura di primo piano nelle vicende storiche della Valle D'Aosta del Novecento. Personalità complessa, eccentrica, anticonformista, per certi aspetti bizzarra e stravagante, Elter ha lasciato una testimonianza indelebile nella memoria dei valdostani per la sua chiara e ferma onestà intellettuale e con la sua personalissima filosofia di vita. Di origine lussemburghese, geologo, per molti anni direttore della Miniera di Cogne, partigiano, artista, appassionato di montagna, testimonia nei suoi, raccolti nella seconda parte del volume, una concezione della vita in cui religione, etica, cultura e politica sono strettamente interdipendenti.
L’ampio e documentato profilo biografico tracciato da Paolo Momigliano Levi e lo studio introduttivo di Stuart Woolf sulla “Valle d’Aosta nel contesto della storia dell’industria siderurgica italiana” offrono una ricca testimonianza sulle vicende storiche e i processi economici che hanno segnato la Valle d’Aosta e documentano il notevole contributo di Franz Elter allo sviluppo dell’industria mineraria e siderurgica valdostana. In particolare la ricostruzione dei suoi legami il mondo azionista, comunista e con le elite ebraiche antifasciste, aprono una squarcio inedito sull’antifascismo negli ambienti della Cogne e sulla nascita della resistenza valdostana.

 

Marco Jaccond, Addio senza addio. Storia di uno zio d’America, Ivrea Priuli e Verlucca 2010

Sappiamo poco dell’emigrazione valdostana nel mondo e soprattutto dell’emigrazione in America. Il bel libro di Marco Jaccond  - un efficace contaminazione tra saggio, romanzo e riflessioni autobiografiche - apre uno squarcio inedito sulla fortuna di quei valdostani all’estero  che non essendo più ritornati sono rimasti cancellati dalla storia.
La ricostruzione di Jaccond - nipote del protagonista, intellettuale versatile che si è mosso tra la letteratura e le arti figurative, ma anche autore del migliore, e inedito, lavoro sulla prima guerra mondiale in Valle d’Aosta - nasce da una raccolta epistolare, più di settanta lettere manoscritte inviate al fratello. Esse costituiscono la trama di una narrazione che ripercorre la vicenda umana di un emigrato che usa la scrittura per comunicare con l’ambiente familiare di provenienza.
“Giovanni Jaccond – John – a ventotto anni si imbarca su un piroscafo che da Le Havre lo porta a New York e da qui nel Connecticut dove, grazie al suo spirito combattivo e al duro lavoro, riesce a costruirsi una discreta fortuna. Alla fine però Giovanni-John Jaccond non torna più a casa. In quella terra lontana, tra vicende famigliari e lavorative, trova veramente l’America e a unirlo agli affetti lasciati in quel paese tra i monti è rimasta solo la penna.
La storia copre un arco temporale che va dal 1909 al 1958 e racconta un'esperienza individuale che si ricollega al fenomeno collettivo della grande emigrazione.
Attraverso le sue lettere viene riportata alla luce una vicenda familiare che tocca due generazioni e ne sfiora una terza. Ci sono nascite, matrimoni, tradimenti, nuovi distacchi, alcune morti tragiche e un desiderio di rimpatrio che resterà inappagato. In filigrana, la storia del Novecento: la Grande Guerra, la crisi del 1929, l'affermarsi in Europa dei Fascismi, la Seconda guerra mondiale e gli anni Cinquanta con il riacquistato benessere economico”.

Indice
Prologo
I Mi sono deciso di partire per l'america
II Noialtri qui lavoriamo
III JACCOND & TINTO Mason Contractors Brick Laying and Concrete Work a Specialty
IV E ringraziarti molto della fotografia che ci mandò
V Vengo a darvi qualche nostre nuove quale non posso darvele buone
VI Qui in america adesso si fa tutti miseria
VII Il nostro presidente Roosvelt è un uomo che fu eletto dal popolo
VIII ISSIME m 939 – Stazione climatica estiva
IX In questi crudi momenti
X Siamo ancora sui nostri piedi
Epilogo


Elio Riccarand, Valle D'Aosta contemporanea 1981-2009 dall'ordinamento finanziario del 1981 al federalismo fiscale, Aosta Stylos 2010

Con questo terzo volume Elio Riccarand completa una ricostruzione della storia della Valle d’Aosta contemporanea che abbraccia complessivamente quasi un secolo di storia e che evidenzia un radicale capovolgimento della situazione valdostana. Una comunità che all'inizio del Novecento era poverissima, priva di riconoscimento istituzionale (semplice circondario della Provincia di Torino) e senza strumenti di autogoverno, si ritrova oggi a godere di un robusto status di Regione Autonoma, di notevoli risorse finanziarie e di un’elevata ricchezza pro-capite che la colloca al vertice del benessere italiano.
La storia valdostana raccontata da Riccarand, con ricchezza di dati e rigore scientifico, esamina i principali aspetti che caratterizzano una comunità di montagna molto piccola, con forti elementi di identità territoriale e culturale e con una spiccata Autonomia istituzionale, ripercorrendo trent'anni di rapidi cambiamenti demografici, economici, territoriali, istituzionali, politici, culturali, linguistici.
L'analisi parte dall'Ordinamento finanziario del 1981 e termina con la legge sul Federalismo fiscale del 2009. Una scelta non casuale perché l'elemento caratterizzante, la chiave di lettura del periodo esaminato, è proprio negli aspetti finanziari. Secondo l’autore infatti nulla si può comprendere della società valdostana e delle sue dinamiche economiche e politiche se non si parte dai rapporti finanziari fra la Regione Autonoma e lo Stato italiano, dalle enormi dimensioni che assume negli anni Ottanta il Bilancio regionale e dalle ricadute che si determinano a tutti i livelli della società.

 

Indice
PARTE PRIMA 1981-1992

CAP. I - LA SVOLTA FINANZIARIA DEL 1981

-Il nuovo Ordinamento finanziario
-Gli effetti immediati del nuovo Ordinamento sul Bilancio della Regione
*Quantità delle Entrate
*Composizione dell'Entrata
-L'avvio di un lungo ciclo di grandi disponibilità finanziarie
*Il "gigantismo" della pubblica amministrazione
*Il ruolo crescente della Regione
-Benessere senza sviluppo
-Il Mercato comune europeo e la fine dell'Iva da importazione

 

CAP. II - POPOLAZIONE  ECONOMIA E CONDIZIONI DI VITA NEGLI ANNI '80

-La popolazione
*La crescita dei residenti
*Famiglie più piccole e popolazione più anziana
*Diminuzione dei flussi migratori interni
*Aumenta il numero di stranieri
-L'economia e il lavoro
*La crisi della grande industria
*Il quadro economico ed occupazionale degli anni Ottanta
*L'agricoltura
*L'industria
*IL terziario
-Le condizioni di vita
*Istruzione
*Abitazioni
*Risparmio
*Consumi delle famiglie
*Suicidi

CAP. III - IL TERRITORIO.
CASE, STRADE, IMPIANTI A FUNE E GRANDI PROGETTI

-Case
-Strade, infrastrutture e impianti a fune
-L'Autostrada del Monte Bianco
-La candidatura olimpica della Valle d'Aosta

 

CAP IV - LA POLITICA.
DALLA CRESCITA UNIONISTA DEGLI ANNI OTTANTA AL "RIBALTONE" DEL 1990

-Dalla fine degli anni Settanta alle elezioni regionali del 1983
-L'Affaire Casinò
-Augusto Rollandin Presidente della Regione
-Il boom unionista alle elezioni del 1988 e del 1990
-Il "ribaltone" del 1990
-Il rinvio a giudizio di Rollandin

 

PARTE SECONDA 1992-2009

CAP. I -  FINANZE REGIONALI

-Il trasferimento sostitutivo dell'Iva da importazione
-La nuova crisi finanziaria dell'autunno 1993 e la "blindatura" del riparto fiscale
-La struttura e le dinamiche dell'Entrata regionale
*Rapporti finanziari con lo Stato: "residuo fiscale" e debito pubblico
*La sperequazione fra i Comuni valdostani e quelli delle Regioni ordinarie
*La sperequazione fra le Regioni
-La radice finanziaria della richiesta di annessione di Noasca e Carema
-L'incognita del federalismo fiscale

CAP- II - POPOLAZIONE , ECONOMIA E CONDIZIONI DI VITA

-La popolazione ed i nuovi flussi immigratori
*Un profondo cambiamento demografico
*Le modificazioni della "struttura della popolazione"
*Il boom degli stranieri
*La "laicizzazione" della società valdostana
-L'economia e il lavoro
*L'Agricoltura
*L'industria
*Il terziario
-Le condizioni di vita
*Istruzione
*Abitazioni ed attività edilizia
*Reddito e patrimonio
*Risparmio
*Consumi delle famiglie
*Altri indicatori della condizione di vita
-Il Casinò di Saint-Vincent

CAP. III - L'EUROPA E LA VALLE D'AOSTA

-Un nuovo soggetto istituzionale: l'Europa
-Le normative europee e la legislazione italiana e valdostana
-L'impatto delle norme europee sull'amministrazione regionale
-L'Euro e il patto di stabilità
-La formazione europeista
-I Fondi europei per lo sviluppo regionale
-L'allargamento dell'Unione europea

 

CAP IV - LINGUA E CULTURA

-La questione linguistica
*Il bilinguismo nella scuola valdostana
*Elementi per una valutazione
*La riforma dell'esame di Stato e la quarta prova
*La fotografia linguistica del 2001
*Oltre il bilinguismo, verso il plurilinguismo
-Il sistema bibliotecario e la nuova Biblioteca regionale
-L'Università della Valle d'Aosta

CAP, V - IL TERRITORIO

-L'emergenza ambientale
-La legge regionale sulla valutazione di impatto ambientale
-Le aree naturali protette
-L'intesa per il Parco Nazionale Gran Paradiso
-La protezione del Monte Bianco
-Il transito dei Tir e l'incendio nel Tunnel del Monte Bianco
-L'alluvione dell'ottobre 2000
-Una montagna di rifiuti
-Il consumo di suolo e la proliferazione delle strade
-Gli effetti del cambiamento climatico

CAP VI - LA POLITICA

-Un anno di transizione. La Giunta Lanivi
-Tangentopoli, nuova geografia politica e elezioni regionali del 1993
-Il tentativo "governista"
*La riorganizzazione delle aree industriali e autoportuali
*Il riutilizzo del Forte e del Borgodi Bard
*Il Piano paesistico e la legge urbanistica regionale
*Il controllo regionale della produzione di energia idroelettrica
-Gli anni della restaurazione
*Le elezioni del 1998
*Rollandin al vertice dell'UV e la conquista di Aosta
*L'egemonia unionista
-La riapertura della dialettica politica
*I conflitti all'interno dell'Uv
*Le elezioni comunali del 2005 e la defenestrazione di Carlo Perrin
*L'Alleanza del Galletto
*Il referendum propositivo del 2007
*Le Politiche, le Regionali e le Europee del 2008 e 2009
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CAP VII - LA DEMOCRAZIA

-Il secolo della democrazia
-La democrazia rappresentativa
-L'utilizzo degli strumenti di iniziativa popolare
-Il Referendum propositivo

APPENDICE FOTOGRAFICA
INDICE DEI NOMI

 

INDICE DELLE TABELLE

Parte prima

  • Composizione percentuale Entrate della Regione. 1980-1989
  • Il grado di autosufficienza finanziaria delle Regioni italiane
  • Il residuo fiscale di ogni Regione
  • Rapporto fra popolazione e numero di dipendenti regionali e provinciali
  • Quadro demografico generale. 1981-1991
  • Evoluzione dipendenti cinque grandi industrie valdostane. 1948-1991
  • L’industria manifatturiera nella formazione del Prodotto lordo
  • Occupazione per settori economici. 1981-1991
  • Capi allevati. 1982-1990
  • Occupazione nei principali rami del terziario. 1981-1991
  • Laureati e diplomati. 1971-1991
  • Banche e depositi. 1981-1991
  • Consumi delle famiglie.1973-1991
  • Abitazioni occupate e non occupate. 1991
  • Transiti in autostrada ed ai trafori.1980-1990
  • Elezioni regionali. 1978-1988. Risultati dei principali partiti.
  • Risultati elezioni comunali di Aosta. 1990-1985
  •  
  •  

Parte seconda

  • -   Trasferimento sostitutivo dell’Iva da importazione ed incidenza su totale Entrate Regione
  • Evoluzione Entrate Regione Valle d’Aosta. 1990-2009.
  • Dinamiche e struttura dell'Entrata regionale. 1999-2007
  • Rapporti finanziari Centro-Periferia.
  • Confronto delle Entrate fra Carema e Champdepraz. 2004
  • Confronto Entrate pro capite dei Comuni valdostani e italiani. 2000-2004
  • Quote spettanti alle Autonomie a Statuto Speciale sui principali tributi.
  • Spesa statale pro capite per Regione.
  • Rapporto finanziario con lo Stato di Lombardia e Valle d’Aosta.
  • Rapporto finanziario Stato-Regioni.
  • Entrate pro capite delle Regioni.
  • Quadro demografico generale. 1991-2008
  • Matrimoni e separazioni in Valle d’Aosta.
  • Occupati per settore economico.1991-2008
  • Occupazione maschile e femminile. 1981-2006
  • Occupati nel terziario per principali sezioni di attività. 1991-2007
  • Arrivi e presenze turisti. 1993-2008
  • Ricettività turistica. 1991-2008
  • Confronto Valle d’Aosta-Alto Adige sulla ricettività turistica. 1991-2008
  • Permessi di costruire fabbricati nuovi. 1991-2006
  • Banche, sportelli e depositi. 1991-2007
  • Consumi delle famiglie. 1991-2003
  • Introiti ed ingressi al Casinò di Saint-Vincent. 1991-2009
  • Utilizzo fondi strutturali europei in Valle d’Aosta.
  • Lingua utilizzata per compilare il Questionario.
  • Come scrive in francese?
  • In quale lingua legge libri, riviste, giornali?
  • In quale lingua e/o dialetto parla con colleghi di scuola o compagni di lavoro?
  • In quale lingua parla con il medico di famiglia?
  • In quale lingua o dialetto parla fra sé e sé?
  • Scelta lingua per insegnamento scolastico.
  • L’uso delle lingue.
  • L’uso delle lingue in base alle classi di età.
  • Valutazioni sulla promozione linguistica.
  • Le lingue del cuore e di appartenenza.
  • Sistema bibliotecario regionale. Principali dati statistici 2008.
  • Progetti presentati al V.I.A. 1991-2008
  • Distribuzione percentuale dei progetti V.I.A..1991-2006
  • Transiti al Tunnel del Monte Bianco.1998-2009
  • Pioggia nei giorni delle alluvioni. 1957-2000
  • Produzione di rifiuti urbani in Valle d’Aosta. 1991-2009
  • Rifiuti urbani pro capite e percentuali di raccolta differenziata. Confronto
  • Strade in Valle d’Aosta. 2009
  • Impianti a fune. 1990-2010
  • Risultati elezioni regionali 1993.
  • Risultati elezioni regionali 1998.
  • Risultati elezioni regionali 2003.
  • Risultati elezioni politiche 2006.
  • Risultati elezioni regionali 2008.
  • Elezioni regionali. Votanti dal 1946 al 2008

 

Silvana Presa, Le fasi della resistenza in Valle d’Aosta, Le Château Aosta 2009.

Le fasi della Resistenza in Valle d’Aosta rispondono all’esigenza di fornire ai giovani, ma anche
ad un lettore adulto non esperto, un percorso diacronico dei venti mesi della Resistenza in Valle d’Aosta. La sintesi, dal taglio manualistico, suddivide la vicenda valdostana in cinque periodi , rifacendosi all’opera dello storico Santo Peli, e intreccia la dimensione locale con quella generale e internazionale con l’intento di rappresentare il peso dei casi  particolari nell’economia generale della vicenda bellica.
L’autore dà una rappresentazione non retorica e non celebrativa della Resistenza e non analizza gli aspetti episodici, peraltro ampiamente descritti nel libro dello storico Roberto Nicco, volendo piuttosto dischiudere alcuni temi, quali il faticoso processo dell’organizzazione resistenziale, i suoi aspetti critici e le differenze tra progetti dei partiti che la dirigevano e la relazione con gli altri soggetti storici presenti sullo scenario prima della Liberazione. Il lavoro, certamente debitore dell’opera di Alberto Cavaglion, La Resistenza spiegata a mia figlia,  fa intravedere la forza della speranza e della maturazione della scelta che hanno permeato e supportato la Resistenza, facendone un caso unico di partecipazione popolare, quantunque minoritaria, nella storia dell’Italia.
All’interno delle cesure individuate in relazione alle vicende resistenziali valdostane, il libro rinvia ad alcuni approfondimenti che rappresentano lo sforzo dell’autore di inserire in questa narrazione anche il tema dell’impatto della guerra e dell’occupazione nella popolazione civile o nei settori militari. In tale chiave vanno letti i saggi sull’utilizzo delle risorse umane da parte degli occupanti tedeschi e della Resistenza stessa e la vicenda della deportazione dalla Valle d’Aosta. Tali sezioni sono anch’esse organizzate per Fasi, coerentemente con il resto del  libro e sono puntualmente corredate dalle indicazioni delle fonti utilizzate che,  insieme all’itinerario bibliografico proposto volutamente all’inizio  del libro, significano la centralità dei libri (e della loro storia) nella formazione degli studenti.

 

Silvana Presa, laureata in Filologia romanza alla facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di  Torino, è docente di materie letterarie nelle scuole secondarie di II grado in Valle d’Aosta e riveste dal 2004 il compito di direttore scientifico dell’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d’Aosta, dopo aver lavorato, come distaccata dall’insegnamento, sul Progetto Storia e patrimonio culturale presso l’Ufficio Ispettivo della Sovrintendenza agli Studi, Assessorato all’Istruzione e cultura e all’IRRSAE. Dall’interesse per la didattica della storia si è accostata allo studio di casi letterari e alla storia contemporanea valdostana. Ha curato l’edizione del romanzo di Robert Diémoz, Le voci del Buthier, Aosta 2000 e con Stefania Roullet nel 2006 la mostra su Eugénie MartinetLes saisons d’une vie,  con relativo catalogo. Ề autrice di Jean Baptiste Cerlogne. Un clerc paysan, Aosta 2004; Ida Désandré testimone della deportazione  nei Lager nazisti, Aosta 2005 (riedito nel 2008); con Jean Patrik Perruchon, Corrado Gex, Il vit clair, il vit loin, Aosta 2007 ; Le fasi della Resistenza in Valle d’Aosta, Aosta 2009.

 

Andrea Désandré, Notabili valdostani. Dal fascismo al fascismo: viaggio a ritroso e ritorno, Le Château Edizioni, Aosta 2008, pp. 459.

Il titolo potrebbe far pensare ad un blasonario, ad un album biografico di antenati illustri o ad un’opera di dotta erudizione locale non dissimile dalle molte che, puntigliose nell’organizzare dati genealogici e informazioni araldiche, costellano la storiografia valdostana. Non che l’araldica e la genealogia siano bandite da questo Notabili, tutt’altro, ma tali discipline, spesso messe al servizio di studi a vocazione agiografica, diventano qui strumenti di analisi per così dire “neutri”. Fuori dal solco della tradizione per il tipo di approccio al tema delle élite, l’opera si presenta come una novità anche dal punto di vista strutturale: come suggerisce il sottotitolo, non si tratta infatti della classica esposizione cronologico-sequenziale, bensì di un percorso a ritroso nel tempo paragonabile ad una moviola che, al fine di meglio interpretare l’ultima sequenza, ripercorre lentamente i fotogrammi precedenti.
L’ultima sequenza, punto di partenza e arrivo, è qui il fascismo, o meglio, l’adesione ad esso di una parte significativa del notabilato valligiano. Perché, si chiede l’autore, l’élite autoctona si lascia incorporare “in un regime sin dapprincipio ideologicamente antitetico al sistema di valori (attaccamento alla lingua francese, amour du pays, tradizione, autonomismo) in cui, pur frammentatissima, tutta si riconosceva”? E perché proprio la componente liberale, progressista e democratica fa da sponda, prima e più delle altre, alla nascente dittatura? Fondamentalmente, è per cercare una spiegazione a questi due paradossi che Désandré intraprende il suo “viaggio a ritroso”. Prima però di partire si sofferma nei primi anni Venti, e sulla scorta degli studi locali più aggiornati, qua e là integrati dalla lettura di fonti edite e non, tenta di delineare la fisionomia di quel fronte notabilare che trova nel Mussolini del ’22, e poi ancora in quello del ’24 e del ’26, un sicuro punto di riferimento. È questa la prima parte della parte prima, a cui segue un breve Interludio che ci fornisce la chiave di lettura delle pagine a venire. Per spiegare la genesi del filofascismo borghese – dice nella sostanza questo paragrafetto orientativo – non basta evocare il panico scatenato, in Valle come altrove, nelle zone alte della società dall’improvviso innalzamento della «marea rossa» durante la crisi postbellica, non basta cioè studiare il periodo 1919-1922, ma occorre scendere ben al di sotto di tale “strato”, perché, come l’autore sostiene sin dall’introduzione rifacendosi a George L. Mosse, fascismo e filofascismo non possono essere considerati né come un’aberrazione dal corso della storia né semplicemente come una reazione provocata dalla Prima guerra, bensì come l’esito di un lungo processo storico (al contempo sociale, politico e culturale) avviatosi all’alba dell’Ottocento europeo. Indicata così la direzione di marcia, Désandré procede analizzando i linguaggi politico-culturali delle élite intellettuali del dopoguerra valdostano, e vede nei miti che li permeano (il temps d’avant come bella età dell’oro, la sana e morale vita dei campi, gli eroi immortali del Risorgimento, l’«idéal suprême de la Nation», ecc.) il riflesso di una profonda “crisi d’identità” di un ceto che, disorientato da una modernità portatrice di cambiamenti troppo turbolenti e timoroso di perdere il suo tradizionale primato, guarda al passato con occhi inumiditi da lacrime nostalgiche. E sarebbe proprio tale atteggiamento mentale la molla psicologica che avrebbe determinato il precoce avvicinamento delle borghesie locali al fascismo, un movimento d’ordine, apparso sulla scena in un momento di grande caos, che sembrava in grado di difendere supremazie, ruoli e assetti sociali messi in discussione dal diffondersi di ideologie livellatrici e da masse che, organizzate nei partiti, si facevano via via sempre più indocili.
Dunque, secondo quest’ottica le motivazioni profonde dell’adesione notabilare al movimento mussoliniano vanno cercate nel passato, lì si reca quindi a passo di gambero l’autore, e poggiando su un’ampia base documentaria costituita da fonti perlopiù inedite (dichiarazioni di successione, atti anagrafici, rogiti notarili, liste elettorali, ruoli fiscali, lettere, ecc.), documenti letti attraverso le lenti ora della prosopografia, ora della microanalisi, ora dell’antropologia, ora della sociologia del potere, ora della network analysis, ripercorre i processi di formazione del gruppo sociale in questione. Primo tratto di questo viaggio nel mondo delle élite, sono le origini sociali del notabilato d’inizio ’900, che Désandré sonda scendendo e risalendo lungo i rami di alberi genealogici di alto fusto o di recente piantagione per ricostruire storie familiari e patrimoniali. Dall’Essere e avere, così si intitola questa parte seconda, si passa poi all’Essere e apparire, parte terza tutta dedicata agli stili di vita e alle pratiche simboliche che strutturano il vasto campo della distinzione sociale. Usciti dal quale, ci si inoltra nella sfera del Contare, dell’esercizio cioè dell’influenza nei settori chiave della vita civile, e qui lo studioso ci accompagna negli spazi occulti della politica locale tardottocentesca, dove è possibile misurare la distanza che separa il concreto agire politico dei notabili, clientelare ed oligarchico, dalle liturgie democratiche che gli stessi celebrano sulla pubblica piazza. Percorso quest’ultimo tratto, decisamente impegnativo, si imbocca infine la via del ritorno in Credere, Resistere, Mimetizzarsi (la parte finale), una strada che giunge alla stazione d’arrivo, la stessa da cui si era partiti, attraversando velocemente aree tematiche già visitate, ma limitatamente al Primo ’900, nella parte iniziale: il fiero patriottismo, l’istintivo conservatorismo sociale e le inclinazioni paternaliste delle élite d’età liberale, costanti ideologiche e perduranti mentalità – argomenta Désandré chiudendo il suo saggio – di cui il filofascismo borghese sarà largamente debitore.

 

L’autore

Andrea Désandré (Aosta, 1971) insegna Materie Letterarie negli istituti superiori della regione ed è ora distaccato in qualità di ricercatore presso l’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d’Aosta. Al tema delle élite dirigenti locali ha dedicato una parte rilevante della propria tesi di laurea (Aosta nell’età napoleonica: stratificazione e mobilità sociale, a.a. 1997-98), primo studio da cui sono nati Aosta dal 1773 al 1814: amministrazione ed élites tra riforme, rivoluzioni e controrivoluzioni, in T. Omezzoli (a cura di), Il Comune di Aosta. Figure, istituzioni, eventi in sei secoli di storia, Aosta 2004, e Le Municipalità nell’era francese, in E.-E. Gerbore, J.-C. Perrin (a cura di), Le rôle des communautés dans l’histoire du pays d’Aoste, Quart 2006. È ambientato nelle zone alte della società anche il suo Biblioteche d’élite in Aosta tra XVIII e XIX secolo, breve intervento in T. Omezzoli, Come nasce la Biblioteca di Aosta, Aosta 2003; e sono ancora le élite, ma questa volta nazionali, al centro di I Savoiardi al servizio dell’«Italie nouvelle», contributo al Dictionnaire «critique» de l’annexion de la Savoie, opera in fase di stampa, sotto la direzione di P. Guichonnet et C. Sorrel, in vista del 150° dell’annessione della Savoia alla Francia. Attualmente è impegnato in un progetto di ricerca incentrato sul ruolo giocato, in Valle d’Aosta, dai liberali, dal radicalismo anticlericale e più in generale dalla cultura laica negli anni che vanno dalla Restaurazione al fascismo.


 

Alessandro Celi, I seicento giorni della diocesi di Aosta. La Chiesa cattolica valdostana durante la Resistenza, Aosta, Le Château, 2008, pp. 242.

Il libro presenta gli esiti della ricerca, promossa dall'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età contemporanea in Valle d'Aosta, che per la prima volta ha esplorato le vicende della Chiesa cattolica valdostana durante il periodo della Resistenza, tra l'8 settembre 1943 e la Liberazione.
L'opera si divide in due parti: Prima dell'emergenza e Il periodo dell'emergenza, alle quali si aggiungono delle Conclusioni, un'Appendice che pubblica documenti per la maggior parte inediti e una Bibliografia ragionata che offre la panoramica aggiornata delle principali opere sulla Resistenza e sulla Chiesa del periodo.
La prima parte descrive la realtà ecclesiale precedente all'8 settembre, a partire dalle informazioni fornite dagli Statuta del sinodo celebrato il 12 settembre 1943 e dai documenti di archivio relativi tanto al clero, quanto alle associazioni, diocesana e parrocchiali, di Azione Cattolica (in particolare, quella dell'allora rettoria di Santa Croce in Aosta). La ricerca si segnala, infatti, per l'ampio ricorso alla documentazione resa disponibile in seguito alle campagne di riordino degli archivi ecclesiastici, condotte nell'ultimo decennio dalla diocesi e dall'Archivio Storico Regionale e per l'impiego di fonti orali, alcune delle quali mai intervistate prima di questo studio.
È stato, così, possibile fornire la descrizione della Chiesa cattolica aostana durante l'episcopato di monsignor Francesco Imberti, vescovo tradizionalmente tacciato di filofascismo e francofobia (gli si imputa, ad esempio, l'eliminazione del Francese nella preparazione dei nuovi sacerdoti). L'azione del prelato assume, a seguito delle recenti scoperte, una diversa luce: Imberti sostituì il Francese all'Italiano nei corsi del Seminario che non prevedevano l'impiego del Latino, ma non per compiacere il Fascismo. La sua principale preoccupazione fu pastorale: la Valle d'Aosta viveva in quegli anni il grande spopolamento della montagna (oggetto di un'indagine dell'episcopato piemontese già nel 1938) e la grande immigrazione operaia. Era, quindi, necessario un diverso approccio ai fedeli, in maggioranza italofoni, per evitare la diffusione delle idee comuniste, ossessione presente nella maggior parte dei documenti ufficiali della diocesi, mentre le idee fasciste non appartenevano certo al vescovo, come testimoniano alcune sue dichiarazioni precedenti alla nomina episcopale e, in generale, il suo atteggiamento durante l'intero periodo bellico.
Il periodo dell'emergenza descrive l'azione della Chiesa diocesana nei confronti degli sfollati, degli ebrei e dei prigionieri alleati in fuga, dei soldati al fronte, degli operai della Cogne e dei partigiani. In particolare, lo studio analizza le proposte sociali e politiche presentate sull'"Augusta Praetoria", il settimanale (poi quindicinale) diocesano, la cui penna più importante fu, nel periodo 1943-4, Emile Chanoux.
L'immagine che emerge è quella di una Chiesa compatta nell'emergenza, volta a progettare il dopoguerra, timorosa di una rivoluzione comunista e pronta ad organizzare non solo la resistenza contro i nazifascisti, ma anche la regolata transizione verso un regime democratico. Particolare importanza, in questa operazione, ebbero, prima Emile Chanoux – il quale fu certamente protetto dal vescovo, con il quale collaborava nella preparazione del dopoguerra – e, dopo la morte del notaio, la banda Vertosan, costituita da sbandati del Regio Esercito e dai giovani dell'Azione Cattolica aostana.
L'associazione laicale era inoltre impegnata nella formazione politica dei giovani e nell'assistenza agli operai, per i quali organizzò – insieme agli Oblati di Maria Immacolata – il servizio di cappellano di fabbrica, mutuato dalla precedente esperienza torinese.
I seicento giorni offre gli elementi per una ricostruzione più accurata del periodo resistenziale, sostiene, attraverso importanti documenti inediti, nuove ipotesi interpretative dell'azione di molti fra i protagonisti del periodo e fornisce numerosi elementi per ulteriori ricerche in un campo, quale quello della storia religiosa ed ecclesiastica del Novecento valdostano, ancora poco esplorati dalla recente storiografia.

L’Autore

Alessandro Celi (Aosta, 1969) è iscritto al dottorato di ricerca in storia contemporanea presso l'Università degli Studi di Udine. Diplomato in paleografia presso l'Archivio Storico Regionale, da oltre un decennio conduce campagne di riordino degli archivi ecclesiastici.
Autore di oltre trenta articoli apparsi in opere collettive o su riviste locali (Le Flambeau, L'Alpin valdoten) e nazionali (Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino), tra le sue monografie si ricordano La Visitation d'Aoste (1999), La Vallée d'Aoste Biographie d'une région (2004), Le grandi battaglie del Piemonte sabaudo (2006). Dal 2007 è membro dell'Académie Saint-Anselme.


 

Leo Sandro Di Tommaso, Dissidenza religiosa e riforma protestante in Valle d’Aosta, Aosta Roger Sarteur editore 2008, pp. 248.

 

La prima parte del volume riguarda il lungo periodo tra il XII e il XV secolo, durante il quale la Valle non è stata toccata dai movimenti ereticali che si sono sviluppati e diffusi in Borgogna, in Provenza, in Lombardia e Piemonte. La regione, importante via di transito, è stata sì coinvolta da profondi dissidi tra l’episcopato di Aosta e la Curia papale (sec. XII-XIII); addirittura nel periodo del Grande Scisma d’Occidente, la Chiesa valdostana ha partecipato a entrambe le fasi di questa lotta, parteggiando per gli antipapi Benedetto XIII (1394-1415, prima fase dello Scisma) e Felice V (seconda fase), al secolo Amedeo VIII, primo duca di Savoia, ritiratosi in convento nel 1434 e nominato antipapa nel 1440. Questi abdicherà nel 1449 con la fine dello Scisma che ripristina, con Niccolò V, il potere assoluto del pontefice.
Ma tutto ciò è avvenuto in ambito «romano», perché i vari movimenti ereticali sorti «dal basso», quali i «poveri di Lione», riferentisi a Pietro Valdo, i «patari» o «poveri di Milano», entrambi del secolo XII, i «catari», poi detti anche «albigesi», sterminati da una crociata voluta da Innocenzo III e i «dolciniani» piemontesi, che subiscono la stessa sorte per volontà di Clemente V, nel corso del secolo XIII, non hanno riscontro in Valle d’Aosta, neppure dopo la diaspora dei pochi sopravvissuti. L’Inquisizione valdostana, gestita di comune accordo dal potere civile e da quello religioso, tratta ogni manifestazione di dissenso e di disobbedienza come una forma di devianza stregonesca, accanendosi soprattutto sulle donne.
L’assenza delle inquietudini religiose medievali in Valle porta Di Tommaso a riflettere sulla situazione della prima metà del XVI secolo e sulle caratteristiche della Riforma sul territorio della regione. La sua nascita e rapida diffusione potrebbero apparire infatti stupefacenti, proprio perché il territorio era sempre stato quieto sotto il rigido controllo sabaudo e episcopale. La situazione interna, infatti, è socialmente molto arretrata, in ritardo di alcuni decenni nei confronti del confinante territorio elvetico, già strutturato in Cantoni, tra cui quello di Berna si distingue per attivismo. Nel 1536 strappa ai Savoia il Vaud, dopo aver contribuito direttamente a permettere a Ginevra di staccarsi definitivamente dall’autorità dei Duchi. In loco non esiste una vera borghesia né un tessuto economico strutturato; al contrario il sistema sabaudo, oltre ad avere come riferimento i suoi aristocratici, ha lasciato notevoli diritti economici e politici alle parrocchie e alle chiese, i cui titolari sono molto spesso assenti, perché troppo impegnati a gestire le rendite e a rincorrere le numerose cariche attribuite per «commenda», cioè senza la necessità della presenza.
Il vescovo Pietro Gazino, preso possesso della diocesi nel 1529, intraprende una visita in tutte le sue parrocchie, dopo ben 129 anni dall’ultima visita pastorale. La situazione che vi trova è drammatica: in alcune il parroco non risiede; in altre non si adorano le specie eucaristiche; Antey e Torgnon sono sotto interdetto; a Champorcher non c’è neppure il Messale. Subito il presule incarica ben quattro predicatori di percorrere la regione e di ripristinare non solo la tradizione cattolica, ma anche l’interesse e la partecipazione dei fedeli. Infatti sin dalla fine degli anni ‘10, la Riforma ha coinvolto la Valle, il Piemonte, la Savoia e la Svizzera, spingendo migliaia di persone a voler «cambiare», a ricercare nuove strade di fede. Più che di predicazione proveniente dall’esterno, in Valle si tratta di chierici e Fratres che provengono dal Canavese; essi coinvolgono alcuni parroci, i quali sentono la necessità di numerosi cambiamenti e iniziano un periodo di «sperimentazione» e di dibattito reale con i propri fedeli, durante i quali non è tracciato un confine netto tra tradizione e Riforma, ma è attuato un modo radicalmente diverso di gestione della comunità.
Nel 1526, per volontà del duca Carlo II, scatta in Valle la repressione: parrocchie colpite da interdetto e parroci scomunicati. Il balivo, rappresentante del duca, riunisce gli Stati Generali e chiede ai 125 rappresentanti laici un triplo giuramento: fedeltà al cattolicesimo, fedeltà al duca, difesa della patria valdostana. Nel 1528 lo stesso duca vuole Pietro Gazino come vescovo. Tutte queste azioni combinate tra Stato e Chiesa e proseguite per circa venti anni, portano i Riformati al silenzio, ma non estirpano il movimento popolare, come indirettamente dimostra la prosecuzione della lotta di Chiesa e Stato nei confronti del Luteranesimo. Insieme, il vescovo Gazino, il visconte René de Challant e il giovane nuovo duca Emanuele Filiberto, nei primi anni ‘50 si impegnano addirittura a fare della Valle una «cittadella della cattolicità» e così, per timore di nuove riprese della Riforma, impediscono ogni contatto della popolazione con il Vallese e con Ginevra.
L’autore affronta fra l’altro il tema della «leggenda» di Calvino in Valle d’Aosta nel 1536: questa leggenda si è costruita a poco a poco nei decenni, sino a consolidarsi nella prima metà del XVII secolo e a resistere sino alle soglie del XX. Un preciso excursus dello storico segna intanto le tappe della repressione e delle rivolte popolari, degli scritti e delle delibere ufficiali del Conseil des Commis, dell’evoluzione del Concilio di Trento e della vittoria cattolica, che impone il terrore. Nel 1557 la popolazione di Aosta, esterrefatta, assiste al rogo di un eretico e ciò preoccupa lo stesso duca, che chiede al vescovo di astenersi da certe esecuzioni pubbliche. Negli anni successivi comunque, molti riformati emigrano in Svizzera, mentre altri resistono all’interno, come dimostrano le inquisizioni. Per quanto riguarda il mito di Calvino in Valle i cattolici hanno interesse a negare fermenti protestanti prima del 1536, per poter addossare tutte le devianze a un «genio del male» esterno e dall’altro possono celebrare la vittoria sul maligno grazie a un popolo fedele alla Chiesa. Anche i protestanti hanno interesse ad avvalorare la leggenda, per sottolineare la forza della predicazione e l’importanza sia dottrinale sia politica della presenza di Calvino. Entrambi hanno negato il valore dell’iniziativa, dovuta all’esigenza della popolazione di intendere e praticare la religione cristiana in forme e con comportamenti molto distanti da quanto la Chiesa imponeva.

L’autore.

Leo Sandro Di Tommaso, insegnante e ricercatore, ha pubblicato saggi di medievistica (Comunità cittadina e potere signorile nell'Aosta medievale in Aosta; La vicenda storiografica delle franchigie aostane), e ricerche sulla dissidenza religiosa (La Riforma protestante in Valle d'Aosta. Una lunga e silenziosa resistenza tra guerra e neutralità armata in un crocevia dell'Europa; Calvino ad Aosta. Nascita e sviluppo di una leggenda politico-religiosa; Valdesi in Valle d'Aosta. Percorsi religiosi e culturali di una minoranza religiosa radicata nel territorio [1848-1950, 1951-2001]). I saggi sulla Riforma e su Calvino sono confluiti, dopo una puntuale revisione e con l'aggiunta della prima parte, nel volume che ora avete sotto mano. L'autore è membro del CRISM (Centro di Ricerca sulle Istituzioni e le Società Medievali) e del gruppo valdostano di corrispondenza del Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino. Ha tenuto conferenze e scritto articoli di carattere storico, teologico e letterario, tra cui: Airesis/Eresia: le vie della ricerca della verità nelle eresie. I casi del valdismo e del catarismo; Il dissenso religioso in Valle d'Aosta in tre fasi cruciali della storia europea. Dalla devianza stregonica alla presenza valdese (secolo XII-metà del secolo XIX). Due saggi sono stati pubblicati nei Seminari della Fondazione Federico Chabod, di cui è stato presidente.


 

La Valle d’Aosta e l’Europa, a cura di Sergio Noto, 2 tomi, Firenze, Olschki  2008, pp. 864  

Concepita e coordinata dal prof Sergio Noto, patrocinata dal Consiglio Regionale della Valle d’Aosta, l’opera nasce allo scopo “raccogliere le fila di alcuni aspetti significativi della cultura valdostana, cercando di porli in rapporto con l’esperienza europea, nella convinzione che l’unica strada che consente la valorizzazione delle culture locali sia quella del confronto e, se vogliamo, della competizione virtuosa con le altre realtà. L’obiettivo del volume è quindi in primo luogo quello di fornire alcune conoscenze importanti sulla ricchezza culturale, spesso dimenticata della Valle d’Aosta, ma è soprattutto quello di produrre spunti di riflessione sulle dinamiche che determinano lo sviluppo culturale, economico e civile della popolazione”. (Introduzione, p. IX)

SOMMARIO
Prefazione
Introduzione.
Parte Prima. La Valle d'Aosta verso l'Europa. Letture su lungo periodo.
- Rosanna Mollo Mezzena, La Valle d'Aosta e i rapporti con i paesi transalpini nell'antichità
- Giuseppe Sergi, Il Medioevo: Aosta periferia centrale
- Marco Cuaz, L'identità negoziata. La Valle d'Aosta fra Stati sabaudi, Italia ed Europa
- Augusta Vittoria Cerutti, La regione valdostana, terra di incontri e di scambi fra Mediterraneo ed Europa centro-settentrionale
- Sergio Noto - Mirko Meneghelli, La crescita in Valle d'Aosta nel periodo 1963-2002.
Parte Seconda. La Valle d'Aosta in Europa. Nascita e sviluppo di un'identità valdostana?
- Bruno Orlandoni, Tra regno di Francia, impero germanico e Lombardia: internazionalità della produzione artistica ad Aosta durante il tardo medioevo
- Marco Cuaz, Montagnes valdôtaines
- Roland Bauer, Su alcune particolarità del diasistema linguistico della Valle d'Aosta
- Laura e Giorgio Aliprandi, Una storia di passaggi dall'antica cartografia
- Micaela Viglino - Chiara Devoti, Aspetti dell'età moderna nell'architettura valdostana (secoli XVI-XVIII)
- Mariangiola Bodo - Pier Paolo Viazzo, Note di demografia storica valdostana: la valle del Lys tra XVIII e XIX secolo
- Albino Impérial, Filosofia, scienza e tecnologia in alcuni importanti contributi valdostani al pensiero universale
- Roberta Rio, Competitività degli impianti siderurgici della bassa valle tra innovazione e tradizione
- Teresa Grange, La dimension éuropéenne de l'éducation dans l'école valdôtaine.
- Paolo Momigliano Levi - Antonella Dallou, «La mia terra e le mie montagne». Federico Chabod, Alessandro Passerin d'Entrèves, émile Chanoux: il ruolo delle autonomie nella ricostruzione dell'Europa del '900
- Antonella Rancan, Profilo di Gino Borgatta nella tradizione italiana ed europea di scienza delle finanze
- Paolo Gajo, Agricoltura e foreste nel tempo

- Daniela Bernini, Spunti e riflessioni in merito al patrimonio documentario dell'azienda siderurgica Cogne di Aosta.
Parte Terza. L'Europa in Valle d'Aosta. Prospettive e problemi alle soglie del XXI secolo.
- Gianluigi Gorla - Oliviero Baccelli, Per essere in rete: infrastrutture e trasporti in Valle d'Aosta
- Massimo Lévêque, L'Unione Europea e i suoi impatti sul sistema economico valdostano
- Roberto Louvin, Les relations internationales de la Vallée d'Aoste dans le droit et dans la politique
- Stefania Lovo - Federico Perali, Valutazione dell'impatto socioeconomico delle politiche regionali sulla crescita della Valle d'Aosta nel periodo 1963-2002
- Luciano Caveri, Europe: la contribution de la Vallée d'Aoste.
Bibliografia.
Indice dei nomi.

L’autore
Sergio Noto è nato a Verona nel 1959. Laureato in Filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Diplomato in Paleografia, Diplomatica ed Archivistica all’Archivio di Stato di Milano. E’ ricercatore di Storia Economica nella Facoltà di Economia dal 1992.
Dall’Anno Accademico 1998/1999 tiene l’insegnamento di Storia dell’Industria presso la Facoltà di Economia dell’Università di Verona.  Dal 1995 coordina la redazione della rivista “Nuova Economia e Storia”.
Si è occupato di storia economica veneziana e veneta tra il ‘700 e l’800 e di storia del pensiero economico italiano a partire dal ‘500 fino al ‘700. I suoi interessi attuali si concentrano su due filoni principali: le connessioni tra il pensiero economico liberale del ‘900 e la riflessione cristiana in economia; la tradizione del “moderatismo” veneto da Messedaglia ad Alberto de’ Stefani fino a Guido Menegazzi.


 

Tullio Omezzoli, Vescovi, clero e seminari nella Diocesi di Aosta dalla fine dell’Ancien régime alla Prima guerra mondiale, Aosta, Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d’Aosta, 2008.

Il lavoro è un documento del nuovo interesse che suscitano, presso studiosi di estrazione diversa, gli archivi ecclesiastici. In uno lavoro precedente (Dall’archivio di J.-J. Stevenin. Movimento cattolico e lotte politiche 1891-1956, Aosta 2002) l’autore aveva ricostruito,  grazie alla mole cospicua dell’archivio personale di un ecclesiastico assai attivo in campo politico e economico, le metamorfosi del movimento cattolico valdostano dalla Rerum Novarum (1891) al secondo Dopoguerra; nel presente studio esamina i processi di selezione e formazione del personale ecclesiastico, quali si riconfiguravano via via col mutare del contesto politico e sociale e con l’emergere di nuove correnti di pensiero, tanto a livello locale quanto sul piano della Chiesa universale. Come è messo in rilievo dal titolo stesso, l’autore dedica una speciale attenzione al soggetto che mette in moto il processo di formazione del clero, cioè il vescovo, autentico primun mobile dell’iter che prende avvio in un luogo remoto della Diocesi, procede con la separazione del candidato levita dal contesto profano, si conclude con l’ordinazione, che fa del giovane, quasi sempre di umili origini, una figura comunque eminente e talvolta destinata a aspirare a un ozio fecondo (“honnête loisir”), e quindi a entrare in una élite dell’intelligenza che si contrappone – ma non sempre e non del tutto – all’élite della proprietà, borghese e laica.
La ricerca di Omezzoli è articolata in tre parti, seguite da una appendice. Nel primo capitolo della prima parte è passata in rassegna la produzione storiografica sulla Chiesa valdostana: il capitolo è dominato dalla figura di mons. Joseph-Auguste Duc, lungamente (1862-1907) vescovo di Aosta e autore di una Histoire de l’Eglise d’Aoste tuttora valida o almeno non sostituita da nulla che le possa essere accostato per ampiezza e documentazione. Omezzoli ripercorre i diversi filoni delle vicende di Duc come vescovo come studioso e come uomo sottolineando quanto hanno di paradigmatico. Il secondo capitolo della prima parte è la descrizione degli archivi ecclesiastici valdostani attualmente accessibili che hanno costituito la materia prima del lavoro; con questo l’autore entra già nel vivo del suo tema, perché la formazione della memoria attraverso la selezione e l’ordinamento di documenti è un momento della strategia ecclesiastica di autoconservazione.
La seconda parte, divisa in tre capitoli, è la ricostruzione delle fortune e sfortune del “Seminario novo” (come lo chiamano gli artigiani che intorno al 1780 lavorano alla trasformazione in Seminario del Saint-Jacquême, vecchia casa priorale dei canonici del Gran San Bernardo) dalla fine dell’Ancien Régime allo scoppio della I guerra mondiale – data cerniera, che vede l’irrompere della “modernità” in Valle d’Aosta, con le ricadute inevitabili sul modo di sentire la clericatura. La vita del Seminario aostano è inserita nel contesto civile e religioso della Diocesi, in modo da avere almeno le grandi linee di quella storia ecclesiastica successiva a mons. Jourdain (†1859) che l’Histoire di Duc non contempla.
Nella terza parte abbiamo, nel primo capitolo, un’indagine sulle risorse economiche del Seminario, che di fatto getta qualche luce sulla Chiesa come agente economico in una Provincia (dal 1861 Circondario) priva di una borghesia imprenditrice; nel secondo capitolo l’esame dei mezzi forniti ai seminaristi bisognosi, o comunque titolari di un beneficio, per sostenere l’onere dei loro studi. Qui l’autore prende anche in esame la questione dell’origine sociale del clero (che muta con passare dal XVIII al XIX secolo) e quella del Seminario come possibile agente di promozione sociale. Questa terza parte è seguita da un’appendice contenente i nominativi e, quando esistono, dati anagrafici e sociologici, relativi a tutti (tendenzialmente) i seminaristi aostani dal 1780 al 1916. L’opera si conclude con una cronologia, quanto mai necessaria come filo rosso da seguire in mezzo a vicende così tumultuose in un susseguirsi di personaggi spesso omonimi o quasi.

 

L’autore.
Linguista di formazione è approdato alla storia attraverso lo studio della questione linguistica in Valle d’Aosta e delle relazioni tra fascismo e minoranze linguistiche in Italia. I suoi interessi si sono quindi concentrati sulla storia della Chiesa e del mondo cattolico e la biografia di protagonisti della vita politica e culturale valdostana dell’Otto e Novecento. E’ tra i primi ad aver esplorato l’archivio della Prefettura e quello della Collegiata di Sant’Orso, da cui sono nati i saggi molto innovativi sui prefetti in epoca fascista, sul clero valdostano e sulla controversa figura di Jean-Joconde Stevenin.
Ha pubblicato fra l’altro:
Lingua e politica nella provincia fascista: una antologia della stampa, una analisi della attività culturale fascista in Valle d'Aosta (1927-1945), Aosta Musumeci 1974.
Sur l'émigration valdôtaine: les données économiques et sociales (1700-1939) : une anthologie de la presse (1913-1939), con Elio Riccarand, Aosta Musumeci 1975.
Un giornale clericale: "Le Duché d'Aoste" (1894-1926), Aosta Le Château 1995.
Lingue e identità valdostana, in Storia d'Italia. Le regioni dall'unità a oggi. La Valle d'Aosta, Torino Einaudi 1995.
Alcune postille sulle lingue dei valdostani, Aosta Le Château 1995.
Prefetti e fascismo nella provincia di Aosta (1926-1945), Aosta Le Château 1999.
Paul-Alphonse Farinet: un profilo biografico, Aosta Le Château 2001.
Dall'archivio di Jean-Joconde Stevenin: movimento cattolico e lotte politiche 1891-1956, Aosta Le Château 2002.
Il Comune di Aosta. Figure, istituzioni, eventi in sei secoli di storia, a cura di, Aosta Le Château 2004.