Omar Borettaz, La Maestra e il Sindaco, 1920
Tra i documenti venuti recentemente alla luce nel sottotetto del vecchio Municipio, presso la Biblioteca, è stata segnalata da Sandra Cout la corrispondenza
tra una maestra torinese - alla quale era stata assegnata
dal Provveditore di Torino la scuola di Visey - il segretario
comunale e l’allora sindaco Joseph Delchoz, bisnonno
dell’attuale. Fino ad allora a fornire gli elementi essenziali
di lettura e calcolo ai bambini delle frazioni erano state persone
del luogo dotate di una certa istruzione, ma le nuove
disposizioni ministeriali non consentivano più di fare lezione,
neppure nelle scuole più piccole e sperdute, a chi non
fosse in possesso di un vero e proprio titolo di abilitazione
all’insegnamento. In Valle d’Aosta, l’arrivo di giovani insegnanti
dalla “pianura” creò non pochi problemi a queste ultime,
soprattutto per l’adattamento a situazioni logistiche e
sociali ben diverse da quelle cui erano abituate nelle città:
sistemazioni estremamente precarie, povertà della popolazione,
differenze d’età degli scolari, difficoltà di comunicazione
nella lingua italiana. Nella trascrizione dei testi è stata corretta solo la punteggiatura, per facilitare la lettura,
lasciando inalterati gli errori di ortografia originali.
Come commento finale, si riporta parte di una mail della
prof. Gianna Cuaz Bonis, attenta studiosa della società valdostana
tra ‘800 e ‘900, alla quale sono stati sottoposti i
documenti.
Patrizio Vichi, 1929. Brusson e Challant. I comuni più antifascisti d’Italia.
Un paio di anni fa, mentre cercavo dei dati per un altro video sui giornali locali, mi sono imbattuto sui risultati delle elezioni del 1929, conosciute poi come plebiscito fascista. Quello che mi saltò subito agli occhi fu il grande numero di NO nei comuni di Brusson e di Challant.
Un numero di NO decisamente molto alto rispetto al resto della Valle. Mi chiesi quale fosse il motivo di tale particolare risultato in quei comuni.
Marco Cuaz. Le cacce del re (1850-1913).
Non è facile oggi, nell’era del turismo di massa, del “villaggio globale”, del disincanto e del declino del sacro, capire cosa poteva rappresentare, per un paesino di montagna dell’Ottocento, l’arrivo di un Re. Champorcher, Cogne, Valsavarenche vivevano da millenni nella povertà e nell’isolamento fino a quando la passione di un sovrano per la caccia allo stambecco non mutò i destini di una regione. Questo saggio inedito, scritto alcuni anni fa per un lavoro sui parchi nazionali italiani che poi non vide mai la luce (e questo spiega la traduzione in italiano, impostami dall’editore, di tutte le citazioni originali in francese), prova a raccontare l’impatto delle cacce del re sulla società valdostana dell’Ottocento, evidenziandone gli aspetti economici, ecologici, occupazionali, ma anche l’impatto sull’immaginario collettivo, il legame, materiale e immateriale, che le visite del re costruirono tra la monarchia di Savoia e il popolo valdostano.
Claudio Brédy, L’opera nazionale dopolavoro in Valle d’Aosta,
Estratto della tesi di laurea, discussa con i prof. Emma Mana e Marco Cuaz, presso la Facoltà di Lettere e Filofofia dell’Università di Torino, Corso di Laurea in Società e culture dell’Europa, la ricerca di Claudio Brédy indaga per la prima volta la nascita e lo sviluppo dell’Opera Nazionale Dopolavoro nella Provincia di Aosta. Utilizzando in particolare i documenti conservati presso l’archivio della Prefettura, oltreché i resoconti giornalistici de “La Provincia di Aosta”, l’autore entra nella capillare politica fascista di gestione del tempo libero dei valdostani, analizzandone i molteplici aspetti, sportivi, ricreativi, culturali, essenziali per capire le trasformazione della società e della cultura valdostana nel periodo fra le due guerre.
Wilko Graf von Hardenberg, Tutela della natura e conflitti tra età liberale e secondo dopoguerra. Il caso del Parco Nazionale del Gran Paradiso
Questo saggio nasce all’interno di un progetto di ricerca sull'impatto dei processi di modernizzazione sui modelli di gestione delle risorse naturali in Italia nella prima metà del ventesimo secolo. In particolare, l’autore analizza i processi di modificazione permanente a cui sono stati soggetti i diritti di accesso alle risorse in area alpina, anche di fronte all'istituzione di aree di tutela e conservazione della natura, e dei relativi conflitti tra centro e periferie e tra élite urbane e comunità locali. I parchi creati nelle Alpi italiane sotto al regime fascista però, come la maggior parte dei parchi europei, si trovavano in aree che erano fortemente antropizzate (perlomeno rispetto agli idealizzati esempi americani), dov'era dunque ancora più difficile tracciare confini chiari tra paesaggi naturali ed antropici e creare un parco senza provocare conflitti sociali relativi all'accesso alle risorse naturali.
In Italia, come nei paesi vicini, l'interesse per la tutela della natura e l'istituzione di parchi nazionali, fortemente sostenuto dalle élite scientifiche e turistiche, risale agli inizi del ventesimo secolo. 109Almeno sei luoghi vennero proposti a cavallo della prima guerra mondiale come possibili parchi nella regione alpina e prealpina: l'ex riserva di caccia reale del monte Argentera, la regione attorno a Livigno, in continuità territoriale con il Parco Nazionale Svizzero, l'Adamello-Brenta, patria dell'orso bruno, il Trentino orientale, le Alpi venete e il Carso (e la maggior parte di questi luoghi sono divenuti ad oggi sede almeno di parchi naturali regionali). I primi parchi alpini italiani, il Gran Paradiso e lo Stelvio, ebbero però una storia abbastanza particolare e non erano compresi fra i primi progetti proposti dal movimento conservazionista.
L’autore lavora presso il Rachel Carson Center for Environment and Society – LMU, Monaco di Baviera
Patrizio Vichi, Un voto, 2000 ducatoni e sei pellegrini.
Attraverso alcuni documenti inediti, Patrizio Vichi getta una luce nuova su uno dei piccoli misteri della storia valdostana: il famoso bassorilievo d’argento, raffigurante il Ducato di Aosta, offerto dai valdostani alla Madonna di Loreto all’indomani della peste del 1630.
Mario Alberto Dotta, Le “scuole sussidiate”. Contributo alla storia dell’istruzione elementare in Valle d’Aosta (1921-1943)
Un luogo comune della storia valdostana molto duro a morire, a dispetto dei numerosi studi che si sono accumulati negli ultimi vent’anni, è che il fascismo abbia soppresso le scuole di villaggio. Le cose non andarono affatto così. La soppressione delle petites écoles, conseguenza probabilmente inevitabile dello spopolamento della montagna e delle ristrettezze economiche del primo dopoguerra, fu decretata nel 1921 quando ministro della Pubblica Istruzione era Benedetto Croce e fu gestita da un ispettore scolastico del Partito Popolare, un sacerdote. Fu la riforma Gentile a riaprire uno spiraglio alle piccole scuole di montagna consentendone la riapertura sotto forma di “scuole sussidiate”. Di queste scuole non si era mai occupato nessuno. Il saggio di Mario Alberto Dotta esplora per la prima volta, attraverso i fondi dell’archivio della Prefettura, la vicenda della scuola elementare valdostana durante fascismo rimettendo in discussione molti luoghi comuni.
Maria Cristina Chenal, L’infanzia abbandonata in Valle D'Aosta: 1927-1945
L’infanzia abbandonata costituisce una delle piaghe più terribili e nascoste della società valdostana fino ai primi decenni del XX secolo. Più di 150 bambini all’anno venivano abbandonati presso le poche strutture deputate all’accoglienza degli esposti e diversi di questi morivano nel primo anno di ricovero. Chi li abbandonava e perché? Qual era il destino dei sopravissuti?
Questo lavoro riproduce una parte della tesi di laurea di Maria Cristina Chenal discussa nell’anno accademico 2005-2006 nel corso di Laurea in Pedagogia dell’Infanzia (relatore prof: Marco Cuaz) e più precisamente l’introduzione e i capitoli 3 e 4 riguardanti la situazione dell’infanzia abbandonata in Valle d’Aosta nel primo Novecento e la politica assistenziale fascista a partire dalla nascita dell’ONMI.
La ricerca di Maria Cristina Chenal ricostruisce con passione e rigore scientifico (nei limiti imposti da evidenti motivi di privacy) la storia degli interventi legislativi e delle pratiche sociali per fronteggiare una drammatica emergenza e analizza in modo particolare, per la prima volta, alcuni Fondi conservati all’archivio della Prefettura di Aosta.
Marie Claire Chaberge, Chez Nous. Un manuel pour l’histoire valdôtaine
Du début de XX e siècle jusqu'aux années quatre-vingt, des générations d'écoliers valdôtains ont appris avec les Chez Nous: des manuels de lecture, de morale, de géographie et d'histoire qui sont entrés de plein droit dans l'histoire de l'école valdôtaine. Rédigés par les Soeurs de Saint-Joseph, ces livres ont été le support principal à l'enseignement de la langue française, et cela dans des périodes délicates telles que le début du siècle passé et le lendemain de la Libération. Mais parmi les règles de grammaire et les poésies à apprendre par coeur, on retrouve aussi l'autre mission: forger l'identité valdôtaine et encrer les jeunes esprits à leur terre natale, à travers les récits historiques, les exemples des personnages illustres, les portraits enchanteurs de la nature alpine, la bonté du travail de la terre et de la religion des pères.
Les chapitres ci-joints ont été tirées du mémoire Chez Nous - Un manuel pour l'histoire valdôtaine, réalisé avec le professeur Marco Cuaz, qui en a suivi l'entière rédaction et la présentation à l'examen final. Le travail a été le sujet d'une conférence dans le cadre de la manifestation A Ottobre piovono libri (2008, Bibliothèque régionale d'Aoste) et d'un article publié sur L'école valdôtaine (n°73, avril 2007).
Umberto Janin Rivolin, La fabbrica sulla frontiera (2002)
Questo contributo è stato pubblicato in origine nel volume Esercizi di piano, a cura di Luigi Mazza (Franco Angeli 2002), resoconto dei lavori svolti per la redazione del Piano di riorganizzazione urbanistica e riconversione produttiva dell’area industriale «Cogne», tra il 1995 e il 1996 su mandato del governo regionale. Le intricate vicende dell’acciaieria aostana nel corso del ‘900 sono assunte quale spunto per una riflessione su caratteri, difficoltà e attualità dello sviluppo locale in Valle d’Aosta.
Patrizio Vichi, La strada ritrovata. La via romana della Valle d’Aosta
La strada ritrovata restituisce un’ipotesi sul tragitto e sul posizionamento delle pietre miliari della strada consolare delle Gallie, misurata miglio per miglio, tra Aosta e Carema e tra Aosta e i valichi del Piccolo e del Gran San Bernardo.
Andrea Desandré, Quando amore non fa rima con onore
Un matrimonio che “non s’ha da fare” nell’Aosta di fine ’700.
Gianna Cuaz Bonis, Attraverso “les rues et les ruelles, les places et les carrefous” della città di Aosta a fine Ottocento.
Sfogliando le pagine della stampa locale e le “déliberations communales”, ho percorso e ripercorso le strade e i vicoli, le piazze e i crocicchi della città di Aosta di fine Ottocento: ho ascoltato voci, suoni e rumori, ho visto colori, volti, scene di vita quotidiana che mi hanno consentito di ricostruire alcuni momenti della piccola storia di una città che, nell’ultimo trentennio del XIX secolo, non superava mediamente i 7.500 abitanti.
Marco Cuaz, Le “maestrine d’en bas”. Maestri elementari e conflitti culturali nella Valle d’Aosta fra Otto e Novecento.
Questo articolo, che narra uno degli aspetti più drammatici del conflitto locale fra e tradizione e modernità, è stato pubblicato in Traditions et modernités, “Histoire des Alpes”, 2007/12, Zurich Verlag 2007, pp. 69-82. A causa del suo non facile reperimento si è pensato di riprodurlo in questa occasione.
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